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9 gennaio, 2026Il leader di destra punta a prendersi Kerala e Tamil Nadu, ricchi e avanzati. In attesa delle elezioni statali, il voto locale gli ha dato ragione. E le imprese italiane, grazie ai buoni rapporti con Meloni, puntano sul subcontinente
Nella punta meridionale dell’India, divisa in due stati che insieme hanno il doppio della popolazione italiana, Narendra Modi si appresta a superare l’ultima barriera nella sua marcia verso il consenso. Le campagne elettorali in Kerala e in Tamil Nadu segnalano l’avanzata del premier indiano in territori finora chiusi alle formazioni di destra e di centro radicate al Nord: il Bharatya Janata Party (Bjp) dello stesso Modi e il partito del Congresso di Rahul Gandhi, figlio di Rajiv e dell’italiana Sonia Maino.
Nel Kerala istruito e comunista il voto delle amministrative ha segnato la sconfitta dei marxisti nella capitale Thiruvananthapuram a opera del Bjp, mentre il Congresso ha vinto nelle zone rurali. I comizi continuano in attesa del voto statale della prossima primavera. Anche nel ricco Tamil Nadu dominato dai partiti dell’etnia dravidica si voterà in aprile-maggio. Il chief minister locale è MK Stalin, in onore del leader sovietico ammirato dal padre scrittore, a sua volta capo del governo per molti anni mentre la terza generazione è già in politica con il figlio di MK, Udhayanidhi Stalin, attore e produttore in un’area in cui l’industria cinematografica rivaleggia con i kolossal di Bollywood.
Nell’ex Bombay, ora Mumbai, si gira per lo più in hindi, la lingua più parlata nel subcontinente ma concentrata nella metà settentrionale della nazione. La sua diffusione come elemento unificante è una delle dolenti note che il settantacinquenne Modi punta ad armonizzare, finora senza grande successo nel Sud dove il camioncino con l’altoparlante, uno fra le centinaia che ogni giorno battono città e villaggi per conto dei vari candidati, strilla: «il partito comunista dice che tutto va bene ma i nostri figli vanno a studiare fuori dal Kerala». Lo fa nella principale lingua del Kerala, il malayalam. Modi, che viene dallo stato centro-occidentale del Gujarat, sarebbe d’accordo con il messaggio ma dovrebbe farselo tradurre, così come un suo comizio a Chennai, la capitale del Tamil Nadu, risulterebbe intelleggibile a una minoranza di elettori.
Nelle terre dei “dasa”, i “nemici” bassi e scuri dei testi in sanscrito, il leader del Bjp deve aprirsi strada con altre armi. Una è la crescita economica che è la più alta fra le grandi nazioni con un pil a +8,2 nel terzo trimestre 2025. Sui 28 stati federali più otto territori dell’Unione, il Tamil Nadu è secondo e produce quasi un decimo del pil nazionale. «A Chennai c’è tutto il mondo dell’impresa internazionale», dice Stefano Villa, country manager della Saipem che è subentrata a Snam Progetti nell’attività dei servizi offshore. «Questo paese continua a crescere perché ha 1400 università e produce 1,5 milioni di ingegneri all’anno».
L’altro ingrediente dell’espansione di Modi è l’induismo, che pure aumenta la precarietà degli equilibri fra le comunità religiose. Il Tamil Nadu è un riferimento per i pellegrinaggi nei templi di Śiva e Viśnu, quasi quanto lo è Varanasi lungo le rive del Gange a nord. Il Kerala è più vario con una forte presenza cattolica, confermatasi domenica 7 dicembre nella capitale Cochin quando migliaia di persone hanno festeggiato il nuovo vescovo Antony Kattiparampil in un capannone vicino alla chiesa di San Francesco, a cento metri dalla spiaggia dedicata al Mahatma Gandhi. Le organizzazioni cristiane sono molto attive anche in campo scolastico, come nell’enorme complesso del Marian institute of management a Kuttikanam. Poco lontano, sparse sulla sella collinare fra il Tamil Nadu e il Kerala, ci sono le ordinate piantagioni di tè che portano ancora nomi coloniali (Connemara factory). Qui l’agricoltura rimane in larga parte un lavoro manuale e le contadine raccolgono le bacche di cardamomo con la schiena piegata in due per otto ore. «La meccanizzazione è uno dei temi principali dello sviluppo», dice Cristiana Di Tommaso, responsabile dell’ufficio Simest di Delhi. «Dal 2021 al 2024 sono state vendute 900 mila macchine trattrici. L’Italia è presente in Maharashtra con la fabbrica della padovana Maschio Gaspardo».
La condizione dei lavoratori ha influito nella sconfitta dei partiti di sinistra che temono un’altra débâcle con il voto statale della primavera. La sfida è già in corso. Chi viaggia è sommerso da avvisi che annunciano la visita nei centri abitati dei vari politici con file chilometriche di manifesti. La distesa delle backwaters del Kerala, l’area lagunare invasa dal Mare Arabico, è attraversata da battelli che mandano musica a tutto volume. I più chiassosi portano il marchio del loto, simbolo del Bjp che ha parecchio da spendere, grazie al sostegno delle famiglie più potenti dell’oligarchia capitalistica nazionale. Il solo gruppo Tata (180 miliardi di dollari di ricavi previsti nel 2025) ha finanziato il partito di Modi con 85 milioni di dollari. Gli altri si inchinano alla legge del più forte, siano i Mittal, il gruppo Jindal protagonista a Taranto con Ilva o Mukesh Ambani, il più ricco di tutti, capace di bruciare centinaia di milioni di dollari per le feste legate al matrimonio del figlio minore Anant nel 2024, inclusa una tappa a Portofino. Gautam Adani, un altro miliardario fedelissimo di Modi, ha creato qualche problema internazionale al premier dopo le accuse di corruzione della giustizia statunitense formalizzate nel novembre 2024, quando Donald Trump vinceva le elezioni. La sua guerra dei dazi, lo scorso agosto, ha imposto all’India una tariffa del 50 per cento.
Mentre il governo cerca di raggiungere un accordo con la Casa Bianca, l’obiettivo a lungo termine del Bjp resta l’ingresso nel club dei paesi sviluppati entro il 2047, anno del centenario dell’indipendenza dalla colonizzazione del Raj britannico. In quella data, Modi avrebbe 97 anni ma lavora con il piglio di chi vuole arrivarci insistendo sulle missioni diplomatico-economiche. Le due principali del mese di dicembre hanno portato a Nuova Delhi Vladimir Putin e, pochi giorni dopo, Antonio Tajani.
L’incontro con il leader russo ha rafforzato gli accordi di scambio che hanno portato la bilancia commerciale fra i due paesi da 13 miliardi di dollari nel 2021 a 69 miliardi nell’anno fiscale chiuso a marzo 2025. Il grosso (50 miliardi di dollari) se ne va in acquisto di petrolio, indispensabile per un paese energivoro e dipendente dal carbone con conseguenze drammatiche in termini di inquinamento. Nell’accordo con Mosca ci sono anche sei nuovi reattori nucleari e un pre-accordo la fornitura di armi. In cambio, i russi importeranno cinque milioni di lavoratori definiti «semiskilled» che seguiranno il destino dei connazionali applicati ai mestieri più umili nei paesi del Golfo. La manovalanza non manca e l’India ha appena superato la Cina nella corsa al primato globale della demografia, oltre quota 1,4 miliardi di abitanti.
Se la Russia è filo-indiana dai tempi dell’Urss e di Indira Gandhi, l’Italia deve recuperare terreno dopo anni di tensioni esacerbate dalla crisi dei marò. Era il 15 febbraio 2012 quando i fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone uccisero due pescatori a largo della costa del Kerala. Oggi il canale è riaperto. Dopo avere inaugurato in aprile una sede della Simest, la società pubblica che sostiene le imprese italiane all’estero, l’obiettivo di Tajani è di passare da 14 a 20 miliardi di scambi commerciali per conquistare qualcosa di più dell’attuale 1 per cento di quota di mercato nelle esportazioni.
«Ho passato anni della mia vita a spiegare alle imprese italiane perché conveniva investire in India», dice il bolognese Sauro Mezzetti, che si divide fra l’attività di consulente e la vita quotidiana nella città utopica di Auroville, fondata nelle foreste del Tamil Nadu dal filosofo ed eroe dell’indipendenza Sri Aurobindo. «Adesso devo spiegare che l’India non è la Cina e che bisogna tenere a freno gli eccessivi entusiasmi».
Nel senso di marcia inverso, sono gli indiani a fare shopping da noi con il gruppo Tata che in estate ha comprato da Exor la parte di Iveco destinata agli usi civili per 3,8 miliardi di euro. La cessione è stata autorizzata dal governo a fine ottobre, salvo prescrizioni sulla privacy degli autotrasportatori prevista dal Golden power. Piccole cose in un rapporto disteso. Sarà un caso ma nel duty free dell’aeroporto di Cochin il primo libro che salta all’occhio ha in copertina l’espressione maliarda di Giorgia Meloni. Il titolo è I am Giorgia e l’autobiografia ha due prefazioni.
Una l’ha firmata Donald Trump junior. L’altra, va da sé, Narendra Modi.
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