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10 febbraio, 2026Il presidente ucraino ha annunciato che sorgeranno in Paesi dell'Unione - e nel Regno Unito - nuove fabbriche delocalizzate, i cui proventi saranno reinvestiti a Est. Alcune sono già realtà: in Germania entro metà febbraio potrebbe essere prodotto il primo drone da combattimento su suolo tedesco
Ora lo scambio di armi tra Ucraina ed Europa farà anche il giro inverso. Dopo quattro anni di aiuti e flussi unidirezionali - munizioni, droni, sistemi di difesa e addestramento - Kiev si prepara a diventare fornitrice diretta del mercato europeo. Lo farà aprendo una rete di “centri di esportazione” di armi e tecnologie militari in diversi Paesi dell’Unione. Non semplici hub commerciali, ma vere e proprie fabbriche ucraine delocalizzate, nate dall’esperienza del fronte e dalle sue conseguenti innovazioni.
L’annuncio è arrivato direttamente dal presidente Volodymyr Zelensky, che ha parlato di almeno dieci centri pronti ad aprire in Europa, in partnership con aziende locali e sotto regimi di esportazione “controllata”. Alcuni sono già realtà: nel Regno Unito, in Danimarca e in Germania, dove - ha spiegato Zelensky in un messaggio su Telegram - entro metà febbraio dovrebbe essere realizzato il primo drone da combattimento prodotto sul suolo tedesco. Altri centri saranno istituiti nei Paesi baltici.
L'iniziativa sembra contraddittoria. In realtà, l’Ucraina resta dipendente dall’estero per sistemi complessi come la difesa aerea, ma ha sviluppato una capacità industriale enorme in settori specifici, soprattutto quello dei droni, al punto da crearne più di quanto riesca oggi a impiegarne. Secondo stime citate da Reuters, Kiev produce circa quattro milioni di droni l’anno, ma potrebbe arrivare a otto se avesse investimenti, manodopera e stabilimenti sufficienti. Fino allo scorso ottobre, alle aziende ucraine era vietata l’esportazione di armi. Oggi diventano vendibili anche in Europa.
I proventi delle vendite, ha assicurato Zelensky, verranno reinvestiti nello sforzo bellico ucraino. Un paradosso che, per alcuni analisti internazionali, non rappresenterebbe un cortocircuito. Ma la conseguenza del passaggio di Kiev da destinataria di aiuti a partner industriale dell’Europa, su una strada già battuta al contrario.
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