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19 febbraio, 2026Dai materiali per il restyling delle architetture residenziali all’Arco di Trionfo fino ai caratteri tipografici. A Washington i simboli servono a rinsaldare idee di grandezza e durata
L’oro e il marmo non sono, nel lessico del potere, semplici materiali: costituiscono una grammatica. Evocano solidità, permanenza, “peso” storico e, più direttamente, l’idea di risorse senza limiti. Nel gusto architettonico di Donald Trump l’ornamento non è discrezione ma dichiarazione, e la scelta insistita di oro e marmo diventa un modo di rappresentare ricchezza e comando come spettacolo classicista, deliberatamente iperbolico e, secondo alcuni al limite del kitsch.
Quella estetica non è confinata agli interni privati o al brand immobiliare: tende a proporsi come “stile di governo”. Da anni, Trump associa l’idea di autorità pubblica a un ritorno di “dignità” e “stabilità” espresse da forme tradizionali. Un esempio istituzionale è l’ordine esecutivo della Casa Bianca che esplicita una preferenza per architetture «classiche e tradizionali» come modi capaci di riflettere la “dignità” del governo: making federal architecture beautiful again, recita l’ordine esecutivo di Trump.

In parallelo, la cronaca recente sulle modifiche agli spazi presidenziali – come la ristrutturazione del bagno della Lincoln Bedroom con marmo e dettagli dorati – mostra come il suo gusto personale diventi messaggio politico: la legittimazione passa attraverso la scenografia, e la storia viene evocata come giustificazione, anche quando storici e designer contestano l’accuratezza di quel richiamo. Il potere, in questa visione, non si limita ad amministrare il presente: cerca di inscriversi simbolicamente nella durata.
A rafforzare questa estetica monumentale è arrivato anche l’annuncio di Donald Trump sulla costruzione di un Arco di Trionfo a Washington, pensato come grande monumento celebrativo della «grandezza americana». L’idea, evocata esplicitamente nel solco dei modelli classici europei — dall’arco romano a quello napoleonico — prevede una struttura monumentale collocata in uno spazio simbolico della capitale federale, destinata a celebrare le vittorie, la forza e la continuità storica della nazione. Al di là dei dettagli progettuali ancora fluidi, il significato politico dell’annuncio è già chiaro: trasformare lo spazio pubblico in un dispositivo di celebrazione permanente, inscrivendo il potere nella pietra e rendendolo visibile come destino storico più che come mandato temporaneo. L’arco non è solo un elemento architettonico, ma una forma narrativa: segna un passaggio, consacra un “prima” e un “dopo”, e soprattutto stabilisce chi ha il diritto di definirli. In questo senso, l’Arco di Trionfo non è un’idea isolata, ma la traduzione monumentale della stessa logica che informa l’uso dell’oro, del marmo e del classicismo prescrittivo: il potere che si legittima facendosi monumento, che chiede di essere attraversato, ammirato, riconosciuto come inevitabile.
Se l’Arco di Trionfo rappresenta la scala massima di questa politica dei segni, la stessa logica riaffiora, in forma più discreta ma non meno significativa, nelle scelte che regolano il linguaggio quotidiano dell’istituzione. Qui entra in gioco il secondo caso: la decisione del segretario di Stato di abolire il carattere tipografico Calibri e ripristinare il Times New Roman per le comunicazioni ufficiali. Font e materiali sembrano appartenere a mondi diversi; in realtà funzionano allo stesso modo: sono segni che organizzano l’impressione di autorità.
La ricostruzione dei passaggi, dalle fonti accessibili, è chiara. Nel 2023 il Dipartimento di Stato era passato da Times New Roman a Calibri, motivando il cambiamento con ragioni di accessibilità: migliore leggibilità e compatibilità con alcune tecnologie assistive. Nel 2025, la decisione viene rovesciata: una nota interna firmata da Marco Rubio impone Times New Roman 14 punti per “ripristinare decoro e professionalità”, definendo Calibri “informale” e collegando la scelta precedente a iniziative a favore di “diversità, equità e inclusione”, bandite dall’amministrazione Trump. E il testo integrale della direttiva, conferma quale sia la cornice: “Return to Tradition: Times New Roman 14-Point Font Required…”. E si comprende quale sia il lessico-valore con cui il carattere tipografico viene caricato di significato istituzionale (tradizione, cerimonia, formalità). Anche la stampa internazionale ha letto l’episodio come un segnale politico e culturale, non come un dettaglio amministrativo: c’è chi riporta la vicenda collegandola a una «guerra contro il woke» sulla scia di un dispaccio interno visto da Reuters.
Se mettiamo insieme oro/marmo e Times New Roman, emerge una stessa logica: governare anche attraverso i codici visivi, ridisegnando cosa appare “normale”, “serio”, “americano”, “legittimo”. È il campo dell’estetica politica: non il maquillage del potere, ma il modo in cui il potere definisce ciò che deve essere visto come ordine. Jacques Rancière descrive il legame tra estetica e politica come una «distribuzione del sensibile»: la politica decide cosa è visibile e invisibile, dicibile e indicibile. In questo senso un font non è neutro: segnala a chi scrive (e a chi legge) quale “tono” deve dominare l’amministrazione. E allo stesso modo il classicismo ostentato — soprattutto quando diventa prescrizione istituzionale — non è un semplice gusto: è un modo di raccontare lo Stato come monumento, cioè come verticalità e continuità, più che come processo e pluralità.
C’è anche un’altra tradizione critica utile per capire perché questi dettagli contino: Walter Benjamin chiamava «estetizzazione della politica» la trasformazione della vita pubblica in spettacolo, in cui la forma sostituisce la sostanza e l’adesione passa per l’emozione e l’immagine. Non significa che un bagno in marmo o un font serif “facciano” automaticamente quella dinamica; significa però che, quando un governo investe energia simbolica su materiali, stili e caratteri tipografici, sta scegliendo deliberatamente il terreno della percezione: vuole far coincidere autorevolezza e tradizione con un repertorio visivo specifico, e far apparire l’alternativa come degrado, improvvisazione o ideologia.
Per questo, nel governo attuale degli Stati Uniti, le scelte estetiche non sono una nota di colore: sono indicatori di indirizzo. La preferenza per il classicismo “ufficiale” mira a fissare una narrativa di stabilità e “civiltà occidentale” come identità pubblica, anche a costo di trasformare l’architettura in campo di battaglia ideologico. La guerra sul font, d’altra parte, traduce la stessa pulsione in un gesto micro-istituzionale: reimpostare la burocrazia come rituale di formalità e tradizione, marcando discontinuità con l’amministrazione precedente, che aveva giustificato Calibri con l’accessibilità.
Il punto, in sintesi, è che qui l’estetica non segue la politica: spesso la precede, la accompagna e la rende “percepibile”. Oro e marmo, classicismo prescrittivo, ritorno a Times New Roman: tre modi diversi di dire la stessa cosa, cioè che l’autorità si costruisce anche imponendo un canone del “serio” e del “bello” — e che, nel farlo, si decide chi si sente incluso o escluso da quel canone.
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