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24 febbraio, 2026“La nostra Nakba non è mai finita”, dicono gli sfollati di Jenin. La continua distruzione dei campi profughi rinnova una tragedia che per i palestinesi dura da generazioni
Il campo profughi di Jenin è un cumulo di macerie. Alla finestra di un palazzo è stesa una divisa militare, su un balcone ci sono sacchi di sabbia e un fucile. «Se state qui i cecchini vi spareranno», urla un uomo appena fuori dal campo, dietro la montagnola di sabbia posta dall’esercito per impedire l’accesso e l’uscita.
«Quella era la casa dei nostri vicini, oggi ci sta l’esercito», continua l’uomo. Incuriosita dalle voci esce anche Aihat, l’anziana che sotto quello stesso tetto si prende cura di venti nipoti: «I nostri vicini sono stati evacuati, l’esercito ha preso la loro casa. Hanno preso la maggior parte delle case del campo».
Nella storia di ogni palestinese c’è almeno una casa demolita o occupata, in ogni famiglia si tramanda la condizione perenne di sfollamento.
Oggi nel Nord della Cisgiordania, come a Gaza, i profughi del ‘48 e del ‘67 sono nuovamente costretti allo sfollamento e lo saranno in numero sempre maggiore. Domenica scorsa il gabinetto di sicurezza di Israele ha approvato, infatti, un pacchetto di misure per favorire lo sviluppo degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e rafforzare il controllo di Tel Aviv sui territori palestinesi occupati: un modo per annettere de facto la Cisgiordania a Israele.
Sono 32mila, di cui 12mila bambini, gli sfollati dai campi di Jenin, di Nur Shams e Tulkarem. A gennaio 2025, mentre veniva siglato il secondo cessate il fuoco a Gaza, l’esercito israeliano iniziava qui l’operazione militare “Muro di Ferro”, che ha ucciso almeno 50 palestinesi tra i quali una bambina di 2 anni. A distanza di un anno, i campi sono sotto totale assedio.
Quando arriviamo all’entrata principale del campo di Jenin è già buio, la strada fuori è stata distrutta dai bulldozer, l’accesso è sbarrato dai detriti. Una luce illumina un appartamento al di là della barriera: anche lì ci sono i cecchini. Fuggiamo velocemente. «I soldati non ci pensano due volte a sparare quando cala la luce del sole», ci spiega un ragazzo che cammina avanti e indietro vendendo tè caldo come faceva un tempo, quando nel campo c’era ancora qualcuno.
La casa di Mohammed, 55 anni, era di 180 metri quadri. «Era bella, grande, elegante», la ricorda così l’uomo che per quella casa ha investito il lavoro di tutta una vita. Era un supervisore del ministero dell’educazione, oggi è solo uno “sfollato”, con i quattro figli e la moglie. Apre la porta su una piccola stanza: cucina, bagno e materassi a terra. Appartiene all’Università Americana, dove molti rifugiati hanno trovato riparo nell’attesa di tornare alle loro case, che oggi però non esistono più o sono basi per i cecchini.
«Ricordo ancora il rumore dei proiettili, il giorno in cui l’esercito è entrato nel campo siamo scappati solo con i vestiti che avevamo addosso. È successo tutto senza alcun avvertimento. Temevamo di venire colpiti. Ci avevano attaccato diverse volte in passato ma non avremmo mai pensato che sarebbe finita così, che non saremmo mai più tornati», continua l’uomo, «quando ci è stato permesso di rientrare per prendere le nostre cose, ho dovuto aspettare otto ore e camminare per un’ora tra le macerie. Era come dopo un terremoto. Abbiamo camminato sulle rovine delle altre case, sperando che la nostra fosse ancora in piedi. Quando sono arrivato ero esausto. Ho preso i nostri documenti, qualche foto e poco altro. Ci hanno dato solo dieci minuti, molti non sono riusciti a prendere niente, altri hanno trovato le proprie case completamente bruciate».
La figlia Maisan, 11 anni, ha voluto poche cose, oggi racchiuse in una scatola in legno: bracciali, lucidalabbra, un piccolo smalto rosa, un rosario e delle mollette per capelli. Tiene il suo passato in quello scrigno, stretto tra le braccia. A novembre scorso anche la casa di Mohammed è stata demolita.
«La Nakba palestinese non è mai finita. Un anno fa 3.200 famiglie e 18mila persone sono state sfollate senza poter prendere nulla dalle proprie case; hanno perso le loro memorie, le loro storie, il loro futuro», spiega Mohammed Saddah, presidente del comitato popolare di Jenin. «Noi comitati popolari abbiamo fornito rifugio, cibo, e beni di prima necessità. Adesso è inverno e il fabbisogno aumenta. Non parliamo solo di supporto materiale, ma anche psicologico», continua l’uomo. Il comitato si occupa anche della raccolta dati: tra gli sfollati di Jenin quasi un quarto sono bambini (circa cinquemila tra 1 e 17 anni). I cosiddetti figli degli sfollati, che oltre ad aver perso la propria casa, hanno perso il diritto allo studio. I profughi palestinesi, infatti, andavano nella scuola Unrwa (agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi) che adesso è inaccessibile.
Tra le condizioni imposte da Israele per il ritorno nei campi c’è proprio la rinuncia allo status di rifugiato Unrwa, condizione che va di pari passo con l’espulsione dell’agenzia Onu da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania. «Questa è la condizione più difficile nella storia della causa palestinese. Perché vuol dire rimuovere per sempre il problema dei rifugiati e cancellare il loro diritto al ritorno», commenta Mohammed, «se rinunciassimo allo status di rifugiati per poter tornare nelle nostre case, questa cosa verrebbe applicata a tutti i campi della Cisgiordania e porrebbe fine alla questione dei rifugiati palestinesi. Si tratta di una responsabilità collettiva, non solo delle singole famiglie, non possiamo accettarlo».
L’Unrwa intanto è già stata cacciata da Gerusalemme Est, il quartier generale abbattuto dalle ruspe israeliane, e presto verranno tagliate acqua ed elettricità anche nei suoi edifici a Qalandia.
«Penso che ciò che l’Unrwa sta affrontando a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e a Qalandia rifletta una tendenza più ampia di riduzione dello spazio umanitario, come abbiamo visto con il ban delle Ong internazionali», commenta il direttore generale dell’Unrwa, Roland Friedrich, in collegamento da Amman, dopo che Israele gli ha vietato l’accesso al Paese. «Gli sfollati interni devono essere autorizzati a tornare se lo desiderano – continua – questi campi devono essere riabilitati il più rapidamente possibile e tutti i servizi devono essere garantiti, inclusi quelli dell’Unrwa, in particolare istruzione, salute e gestione dei rifiuti».
Tuttavia sembra chiaro che il piano israeliano sia un altro: mentre nel Nord della Cisgiordania aumentano gli insediamenti illegali, questi campi rischiano di essere completamente smantellati in nome della sicurezza dei coloni.
Spostandosi verso Nur Shams, nel governatorato di Tulkarem, non si riconosce più niente. Le strade sono state completamente distrutte e le case demolite. Ciò che ci si presenta davanti è qualcosa di già visto: Gaza.
«L’esercito israeliano ha cambiato sistematicamente la topografia attraverso ogni tipo di demolizione, quelle ordinate dall’esercito, ma anche le demolizioni arbitrarie da parte dei soldati all’interno dei campi», continua il direttore Unrwa.
In questo terreno divenuto lunare, tra le macerie e i cecchini israeliani affacciati dai tetti delle case, riusciamo a entrare nel campo. All’interno troviamo chi ha provato a tornare. Widad, una sessantina d’anni e lo sguardo di chi ha trasformato da tempo il dolore in rabbia, ci fa entrare da una porta sul retro: «Da qui», dice, «i cecchini non dovrebbero vedervi».
In questo buco carbonizzato la puzza di bruciato è rivoltante. «I militari hanno fatto gocciolare l’olio d’oliva sul pavimento, poi hanno dato fuoco alla casa e quando sono arrivati i pompieri hanno impedito loro di fermare l’incendio», racconta mentre ci mostra le pareti rosa annerite nella camera da letto della figlia. «Ci hanno detto che non possiamo più vivere nel campo», continua la donna camminando avanti e indietro nella casa distrutta, «ma io non ho un altro luogo dove andare».


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