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9 febbraio, 2026Articoli correlati
Un invito da Epstein e un conflitto di interessi che in realtà per il presidente è solo una buona ragione per guidare la Fed. Ma sbarazzarsi di Powell non sarà una passeggiata
È in una mail ricevuta (da una sua collaboratrice) dal finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, il maggior ostacolo per la conferma di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve. La mail, datata 10 settembre 2010, riassume l’elenco degli invitati al super-esclusivo “St. Barth Christmas Party” sull’isola caraibica di proprietà di Epstein, con tanto di indicazione del cottage in cui l’invitato alloggerà. Non più di trenta ricchi e famosi: al numero 21 c’è Warsh, al 24 l’immancabile Ghislaine Maxwell che ora sta scontando 20 anni di galera per traffico sessuale di minorenni. Lo stesso processo che attendeva Epstein se non fosse stato trovato impiccato il 10 agosto 2019 nel Metropolitan Correctional Center di New York dov’era detenuto in attesa di giudizio. Ufficialmente un suicidio, ma solo il 16% degli americani, secondo un sondaggio del Wall Street Journal, crede a questa versione.
La mail con gli invitati è stata pescata fra i tre milioni di documenti (più tremila video e 180mila fotografie) resi noti dal Department of Justice lo stesso giorno, il 30 gennaio, in cui Donald Trump annunciava di aver trovato «la persona giusta per il posto giusto» (“central casting”, l’espressione usata) per sostituire Jerome Powell alla presidenza della Federal reserve, la Banca centrale più importante del mondo. E come se non bastasse, poco dopo Thom Tillis, un membro repubblicano del Senate banking committee che dovrà ratificare la nomina di Warsh, ha annunciato che il comitato non si pronuncerà finché non verrà chiarito un altro caso ancora, la causa mossa dallo stesso ministero della Giustizia contro Powell per presunte illegalità nella ristrutturazione della sede della Fed, vicenda che lo stesso Powell ha definito «un pretesto» nella vendetta di Trump perché la banca centrale non aveva abbassato i tassi come voleva la Casa Bianca.
«È un cretino (“a moron”)», ha ripetuto ancora una volta Trump dopo aver insultato in ogni modo possibile Powell nell’ultimo anno. La posizione di Tillis è critica: del comitato bancario fanno parte 13 repubblicani e 11 democratici. Dando per scontato che questi ultimi voteranno compatti contro la nomina (per tutti i motivi che stiamo citando), se Tillis si schiera contro, la parità conseguente paralizza ogni decisione.
Una partenza più in salita per il “cambio di regime” come l’ha definito l’economista Stephen Roach, è difficile immaginarla. Anche senza implicazioni moral-giudiziarie (peraltro chi poi fosse andato al famoso party non è dato saperlo), la designazione di Warsh – 55 anni, avvocato e banchiere di solida esperienza laureato ad Harvard – era già in odore di conflitto di interessi o quantomeno di “amichettismo”.
La moglie di Warsh è Jane Lauder, titolare di una fortuna personale di 2,7 miliardi ed ereditiera di una delle famiglie più ricche e potenti d’America.
È attualmente al timone del gruppo cosmetico fondato nel 1946 dal nonno, Joseph Lauder, e intestato alla nonna Estée, nata Mentzer. Il padre di Janet è il multimiliardario Ronald Lauder, coetaneo e amico da una vita di Trump, conosciuto sui banchi della Warthon School, nonché uno dei più generosi finanziatori dell’ultima come delle precedenti campagne elettorali dei repubblicani (Ronald Reagan lo premiò nominandolo ambasciatore in Austria di cui la famiglia Lauder è originaria).
Forte di cotanto suocero, Warsh era sulla linea di partenza per la nomina alla Fed già nel 2017: senonché proprio Trump alla fine scelse Powell perché Warsh era «troppo giovane e bello», parole letterali in puro tycoon-style.
Lo stesso Warsh non si è perso d’animo non perdendo occasione per dimostrare una discreta dose di opportunismo: come ha accusato l’economista Paul Krugman, ha oscillato fra rigidità e lassismo sui tassi d’interesse a seconda del colore politico dell’amministrazione in carica: «Quando al potere c’erano i democratici – ha scritto Krugman su Substack – era un falco contrario a qualsiasi ribasso degli interessi, ora che sono arrivati i trumpiani è diventato una colomba favorevole ai bassi tassi chiesti dal presidente, proprio adesso che l’inflazione è invece un forte pericolo che sconsiglierebbe eccessivi ribassi».
A merito di Warsh va ascritta la caparbietà nel difendere le posizioni che ritiene tecnicamente sensate, hanno peraltro commentato alcuni analisti indipendenti, ricordando che quando era nel board della Fed (fra il 2006 e il 2011) si oppose al “quantitative easing” voluto dall’allora capo della Banca centrale, Ben Bernanke. Era l’acquisto a mani basse di titoli del Tesoro pur di aumentare la liquidità nell’economia che attraversava la crisi finanziaria post-subprime, modello poi importato da Mario Draghi quale presidente della Bce.
Così si crea inflazione, sosteneva Warsh, che fu però sconfitto nelle sue posizioni e finì col dimettersi dal consiglio esecutivo nel 2011. Per la cronaca, qualche inflazione la causò, ma la strategia per uscire dalla crisi funzionò e Bernanke fu premiato con il Nobel per l’Economia nel 2022.
Per tutti questi anni, Warsh è rimasto ascoltato consulente di Trump. Sua, e del suocero Lauder, è per esempio l’idea di acquistare la Groenlandia.
Quanto ai tassi d’interesse, le sue idee le ha pubblicate in un recente commento sul Wall Street Journal intitolato “La difettosa conduzione della Fed”: «Le politiche della Casa Bianca spingeranno la crescita, e gli aumenti di produttività dovuti all’intelligenza artificiale terranno sotto controllo l’inflazione». Un’idea precisa che guarda caso coincide con quella di Trump. L’indipendenza della Fed è quanto meno sotto minaccia.
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