Mondo
14 marzo, 2026Nell'isola iraniana passa circa il 90% del greggio esportato da Teheran. Il presidente Usa: "Uno dei bombardamenti più potenti nella Storia del Medio Oriente"
Fino alla scorsa notte, l’isola di Kharg era stata risparmiata dai bombardamenti americani e israeliani per motivi strategici. È lo stesso Donald Trump a definirla “fiore all’occhiello dell’Iran”: da qui passa circa il 90% del greggio esportato da Teheran. “Pochi istanti fa, su mia direzione, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha eseguito uno dei bombardamenti più potenti nella Storia del Medio Oriente e ha completamente annientato ogni obiettivo militare nel gioiello della corona dell’Iran, l’isola di Kharg”, ha annunciato Trump su Truth. Per ora, ha aggiunto, “ho scelto, per ragioni di decenza, di non spazzare via le infrastrutture petrolifere sull’isola. Tuttavia, se l’Iran o chiunque altro dovesse fare qualcosa per interferire con il passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz rivaluterò immediatamente la mia decisione”.
La scelta di non colpire (per ora) le riserve petrolifere si spiega anche con il timore di ulteriori rialzi del greggio, che ormai da giorni oscilla attorno ai 100 dollari al barile e ha registrato un aumento del 40% rispetto all’inizio della guerra. Finora l’attacco ha avuto un significato simbolico: mandare un messaggio alla leadership iraniana.
Perché l'isola di Kharg è così strategica
L’isola si trova a circa 55 chilometri dal porto di Bushehr ed è circondata da fondali molto profondi. Nonostante misuri appena otto chilometri di lunghezza, rappresenta il principale snodo per l’export del petrolio iraniano. Attraverso una rete di oleodotti sottomarini e terminali di carico, Kharg Island raccoglie il greggio proveniente dai giacimenti dell’Iran centrale e occidentale e lo trasferisce sulle petroliere dirette soprattutto verso i mercati asiatici, con la Cina tra i maggiori acquirenti.
In condizioni normali, dal terminale transitano ogni giorno tra 1,3 e 1,6 milioni di barili di petrolio, mentre i depositi dell’isola possono contenere decine di milioni di barili. Proprio questa rilevanza strategica spiega perché, finora, l’isola non sia stata inserita tra i possibili obiettivi militari. Secondo Neil Quilliam, analista del think tank Chatham House, un eventuale attacco potrebbe spingere il prezzo del greggio fino a 150 dollari al barile. Colpire o mettere fuori uso l’infrastruttura significherebbe infatti eliminare dal mercato gran parte delle esportazioni petrolifere iraniane, mentre una quota della produzione della regione è già ostacolata nel passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Lo Stretto di Hormuz
E a proposito dello Stretto di Hormuz, è in questo lembo di mare così strategico che si sta giocando ora il più grande braccio di ferro tra Washington e Teheran, con la circolazione praticamente interrotta e le navi cargo ferme nei porti del Golfo arabico che stanno causando un’impennata di prezzi quasi senza precedenti. "Le nostre armi sono le più potenti e sofisticate che il mondo abbia mai conosciuto. Tuttavia, per senso di decenza, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere presenti sull'isola. Ciononostante - ha aggiunto Trump nel post su Truth - qualora l'Iran o chiunque altro dovesse compiere azioni volte a ostacolare il libero e sicuro transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente tale decisione”. Il tycoon ha anche sottolineato come la Marina militare americana inizierà “molto presto” a scortare le petroliere statunitensi.
La controminaccia iraniana
Dal canto suo, l’Iran ha minacciato la distruzione di "tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche legate agli Stati Uniti" in Medio Oriente. “Tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti a compagnie petrolifere della regione che hanno partecipazioni statunitensi o collaborano con gli Stati Uniti saranno distrutte e ridotte in cenere", ha dichiarato un portavoce del Comando centrale a Al-Anbiya.
L'ambasciata Usa a Baghdad colpita da un drone
La guerra non continua solo intorno ai siti petroliferi e alle navi che trasportano combustibili. Nella notte l’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita da un drone. L'attacco è avvenuto poco dopo che due miliziani sostenuti dall'Iran erano stati uccisi in raid sulla capitale irachena. È la seconda volta che l'ambasciata statunitense a Baghdad subisce un attacco dall'inizio della guerra. Diversi gruppi armati sostenuti da Teheran, riuniti sotto l'ombrello del movimento Resistenza Islamica in Iraq, hanno rivendicato attacchi quotidiani con droni e razzi contro le basi statunitensi nella regione. Prima dell'attacco, due miliziani del gruppo Kataeb Hezbollah erano stati uccisi: uno di loro sarebbe una "figura chiave" della rete legata a Teheran.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Guerra: chi paga il conto? - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 13 marzo, è disponibile in edicola e in app



