Mondo
23 marzo, 2026L’appoggio di Trump non è più quello di un tempo. La sconfitta alle elezioni il 12 aprile appare probabile. E ad aiutare il vecchio amico sovranista non rimane che Mosca
Nell’ostinato tentativo di ribaltare la verità, Viktor Orbán descrive il regime ungherese non come quello che ostacola l’eroica Resistenza ucraina utilizzando tutti gli strumenti che vengono forniti dalle attuali regole dell’Ue a partire dal diritto di veto, ora esercitato da Budapest nei confronti del maxi-prestito europeo da 90 miliardi a favore di Kiev. Ma lo spiega come un bersaglio di Volodymyr Zelensky. «Non diventeremo una colonia dell’Ucraina» recitava un ridicolo striscione apparso domenica 15 marzo nella manifestazione elettorale convocata nella capitale dal partito del premier, proprio in coincidenza con l’anniversario della rivoluzione anti-asburgica del 1848. Come se il Paese attaccato dalla Russia fosse invece un Paese predatore che minaccia la confinante Ungheria.
L’ultima accusa a Zelensky è di non aver fatto ancora riparare, dopo i danni provocati dai droni di Putin, la conduttura dell’oleodotto Druzhba che, attraversando il territorio ucraino, consente all’Ungheria e alla Slovacchia di approvvigionarsi del gas russo. Argomento strumentale, questo, che – a giustificazione del veto sul prestito Ue – mescola temi europei e nazionali, nel tentativo di evitare la sconfitta, quando il 12 aprile si terranno le elezioni legislative. L’esito del voto – ecco il punto – si preannuncia nient’affatto favorevole al premier che addirittura invita gli ungheresi a scegliere fra lui e Zelensky, coltivando un sogno segreto. «Orbán, anche se non lo ammetterà mai, punta ad annettere all’Ungheria una parte del territorio ucraino, esattamente la Rutenia subcarpatica», sottolinea Federigo Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University di Roma, che da decenni si dedica alla storia dell’Europa orientale ed è un autorevole studioso dell’Ungheria, a partire dalle pagine dedicate alla rivoluzione del 1956. «Queste mire espansionistiche esistono nonostante il trattato che nel 1992 l’Ungheria, per entrare nella Nato, fu obbligata a stipulare con l’Ucraina. La concione posta era che Budapest fosse in pace con i suoi vicini, fra i quali, appunto, l’Ucraina che nel 1991 era diventata indipendente. Quel trattato non fu digerito dalla destra ungherese, cui Orbán allora non apparteneva essendo in quegli anni un centrista».
Ora il capo del governo sovranista fomenta un odio irrazionale per il paese di Zelensky. «Indica nell’Ucraina il nemico. Considera Zelensky il bersaglio da colpire, come lo fu, sempre per lui, Soros nelle elezioni precedenti», osserva Argentieri. Ma le elezioni questa volta potrebbero segnare – per colui che ha teorizzato la «democrazia illiberale» e che è da anni il punto di riferimento dei sovranisti d’Europa – la via del non ritorno, se le urne dovessero confermare la sconfitta prevista dagli ultimi sondaggi attendibili: è dato vincente Peter Magyar, che nel 2024 abbandonò il partito di Orbán, sulla scia di uno scandalo politico legato alla pedofilia. Si arrivò alle dimissioni “forzate” del presidente della Repubblica Katalin Novak e della ministra della Giustizia Judit Varga.
Al partito Tisza guidato dall’antagonista di Orbán, l’Istituto Mediàn, il più autorevole in Ungheria per i sondaggi, assegna il 55 per cento, contro il 35 per cento di Fidesz, il partito del premier. A sconfiggere Orbán, dunque, potrebbe essere un esponente politico proveniente dalla stessa destra ungherese, ma tale da indurre – secondo le ultime notizie – anche la sinistra magiara ad appoggiarlo in una sorta di fronte nazionale anti-Orbán.
Si capisce perché tutte le Capitali che contano guardino con attenzione all’esito della prova elettorale ungherese. Una con maggiore preoccupazione: Mosca. Lo dimostra quanto ha rivelato l’11 marzo il Financial Times: la Social Design Agency (SDA), che ha un legame stretto con il potere russo, è pronta – come emerge da un documento pubblicato dal quotidiano londinese – a fornire ai social media ungheresi un abbondante materiale propagandistico a favore del premier uscente, passando attraverso influencer magiari. Un “aiutino” al vecchio amico che negli ultimi giorni si sta spendendo anche per rimuovere le sanzioni alla Russia sul “petrolio a basso costo”.
Il punto è che «ormai solo Putin è davvero dalla parte di Orbán», osserva Stefano Bottoni, che insegna Storia dell’Europa orientale all’Università di Firenze. L’autorevole studioso, che fa la spola fra il capoluogo toscano e la capitale ungherese, ritiene che l’appoggio dello stesso Trump non sia più quello di un tempo. «Non si esclude – racconta il professore – che gli americani abbiamo invitato gli ucraini a non riparare rapidamente l’oleodotto Druzhba che invece interessa tanto Budapest. Diverso è il trattamento russo. Alcuni ufficiali sono stati inviati in Ungheria per sovrintendere a una gigantesca operazione di influenza mediatica in vista delle elezioni».
L’Italia? A metà gennaio, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono apparsi su Instagram in un video di sostegno per le elezioni di aprile, dove c’erano anche Benjamin Netanyahu, Marie Le Pen, Alice Weidel, Andrej Babis e Santiago Abascal. Ma se in Europa venisse meno la presenza ingombrante di Orbán, forse si alleggerirebbe il condizionamento sovranista della destra italiana. Per la premier italiana, che via via ha rinsaldato i rapporti con Merz e Macron, non sarebbe un male. Come è avvenuto ancora nell’incontro romano dello scorso autunno, non porta a nulla mediare con il collega e amico ungherese sempre più estremista.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Perché dico No - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 marzo, è disponibile in edicola e in app



