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25 marzo, 2026Nel quartiere di Batan al-Hawa, all’interno del villaggio di Silwan, gli sfratti di 62 persone da parte di agenti israeliani si sono aggiunti all'occupazione territoriale. Nel frattempo, dati Onu segnalano che dal 2020 soldati e coloni hanno ucciso circa 1.100 civili palestinesi in Cisgiordania, ma nessuno di loro ha ricevuto condanne
Quelle baracche fatiscenti erte sulla piscina di Silwan e le sue sorgenti, sul tunnel di Ezechia e su tutti gli scavi del villaggio sono da anni l'unica radice che tiene i palestinesi del posto ancorati alla propria terra. Ma la speranza di non estirparla passa da un'incessante lotta con i coloni: laggiù, in quello storico sobborgo di Gerusalemme Est che fin dal 1948 porta i colori panarabi, sfratti e violenze vanno avanti dall’occupazione del 1967. E nelle ultime settimane, come già capitato in passato, ci si è messa anche la polizia.
Nel quartiere di Batan al-Hawa, all’interno del villaggio di Silwan, gli agenti israeliani hanno sfrattato 11 famiglie, per un totale di 62 persone. È una delle prime operazioni dopo la sentenza della Corte Suprema che, a fine 2025, ha confermato l’ordine di sgombero a favore dell’associazione di coloni Ateret Cohanim. L’ente ebraico la presenta come un’esecuzione di diritti di proprietà, ma per palestinesi e diverse organizzazioni umanitarie rientra nella pressione sistematica sul territorio occupato di Gerusalemme Est.
Peace Now, ong israeliana, da anni accusa il progressivo svuotamento di quella comunità da circa 700 abitanti, dove i coloni puntano a un nuovo insediamento. Dopo gli sfratti di queste ore, l’organizzazione ha denunciato in un post su X come a Gerusalemme sia "in corso una pulizia etnica. Persino durante la guerra, il governo israeliano e l'apparato degli insediamenti stanno portando Israele al collasso economico, militare e morale”, hanno scritto.
guardian: "in Cisgiordania nessuna incriminazione per chi uccide i palestinesi dal 2019"
Sopra i diritti già polverizzati a Gerusalemme Est, il Guardian ha aggiunto un secondo strato che riguarda l’altro territorio occupato: la Cisgiordania. E così solleva la questione dell’impunità di coloni e soldati violenti che uccidono civili palestinesi. Attraverso un’analisi dei dati giuridici e dei registri pubblici, il giornale britannico sostiene che dall’inizio del decennio Israele non abbia perseguito penalmente neanche un israeliano reo, sulla carta, di omicidio.
Secondo il Guardian, dati Onu indicano che dal 2020 soldati e coloni hanno ucciso circa 1.100 civili palestinesi in Cisgiordania, “almeno un quarto” dei quali minori. Nessuno di loro è stato processato. L’ultimo caso che ha portato a un’incriminazione per un’uccisione da parte delle forze di sicurezza risalirebbe al 2019, mentre per quella di un civile israeliano bisogna tornare al 2018.
Fra il 2020 e il 2025, scrive il Guardian citando Yesh Din, oltre il 96% delle indagini della polizia su violenze dei coloni in Cisgiordania si sarebbe chiuso senza incriminazione. Su 368 casi, solo otto avrebbero portato a condanne (piene o parziali), ma non nel caso di assassini. In parallelo, il ramo militare: sempre secondo Yesh Din, tra 2020 e 2024 sarebbero state presentate 1.746 denunce palestinesi per danni causati dall’Idf in Cisgiordania (oltre 600 relative a uccisioni) e meno dell’1% avrebbe portato a incriminazioni. Anche in questo caso, le condanne riguarderebbero solo deterioramenti del territorio o danneggiamenti della persona, ma chi uccide resta protetto dagli organi giuridici. L’ex premier Ehud Olmert invoca un intervento della Corte penale internazionale, mentre ex capi di esercito, intelligence e polizia hanno firmato una lettera aperta che denuncia il “terrorismo ebraico” dello Stato di Israele.
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