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4 marzo, 2026Lo scandalo rivela un sistema e si ritorce contro le élite che sulle macchinazioni hanno costruito le loro fortune. Mentre il caos di dati moltiplica tesi su intrighi e trame
Gli americani nutrivano sentimenti anti-élite da tempo. Il caso Epstein non fa che rafforzare convinzioni che avevano già». Joseph Uscinski, politologo dell’università di Miami e tra i massimi esperti di complottismi negli Stati Uniti, interpreta così l’onda lunga della vicenda giudiziaria più torbida degli ultimi decenni. Questa storia non ha generato il sospetto di un sistema opaco che protegge i potenti. Lo ha reso evidente, tangibile. «Prima che i file venissero resi pubblici, ampie percentuali di americani, tra il 10 e il 40%, credevano a teorie del complotto su vasti sistemi di traffico sessuale all’interno del governo e di Hollywood».
La differenza, questa volta, è che al centro c’è un uomo in carne e ossa che ha commesso crimini reali. Un consulente finanziario con un cursus honorum fulminante e ingiustificato, risorse smisurate e proprietà a Manhattan, nei Caraibi e in New Mexico frequentate da politici, scienziati, imprenditori, banchieri e artisti. Eppure, chi pensa che la recente divulgazione (massiccia ma parziale) dei documenti sul sito del ministero della Giustizia abbia finalmente fatto luce sulla rete di persone che lo aveva frequentato e aiutato, si sbaglia. Tra queste tre milioni e mezzo di pagine regna la confusione. Nel mucchio, e-mail e messaggi, ma anche video, fotografie, estratti conto, registri di volo, appunti investigativi, cronologie di navigazione online. E soprattutto centinaia di nomi non necessariamente legati a reati. Da Elon Musk a Bill Gates, da Bill Clinton fino a Larry Summers, Howard Lutnick, Steve Bannon, Noam Chomsky e Woody Allen. Molti passaggi sono oscurati in modo approssimativo, troppo o troppo poco. I volti di alcune vittime sono rimasti visibili per giorni, altri nomi inspiegabilmente barrati.
Intanto nel Paese, la polarizzazione è totale, ci dice Uscinski. A destra si inseguono i Clinton come ossessione ricorrente, a sinistra ogni filo conduce a Donald Trump. In questo scontro, il presidente in carica traballa, citato migliaia di volte ma senza prova di crimini (lui nega anche di aver volato sull’aereo nefasto). «Ha utilizzato una retorica complottista fin da quando è sceso in campo nel 2016», spiega lo studioso, intercettando un elettorato diverso dal tradizionale bacino repubblicano, ovvero cittadini diffidenti verso istituzioni, media e partiti, convinti che il complotto non sia un’anomalia ma l’essenza del potere. Oggi, però, quella stessa dinamica gli si ritorce contro.
Aveva promesso “la verità” e con lui i suoi alleati. «Pam Bondi (ministra della Giustizia), Kash Patel (capo dell’Fbi) e Dan Bongino (vice Fbi dimissionario) si erano espressi a favore della pubblicazione dei file, della cosiddetta lista dei clienti di Epstein» e dei passeggeri scorrazzati sul Lolita Express. Parole cadute nel vuoto, ci è voluto il Congresso a costringerli. L’ultimo rilascio è frutto di un’inedita alleanza tra il repubblicano Thomas Massie e il democratico Ro Khanna, promotori della legge che ha imposto la diffusione degli atti. Dalla loro parte Marjorie Taylor Greene, ex pasionaria trumpiana, in rotta con il presidente. Oggi resta il dubbio: perché quegli impegni non sono stati rispettati? Interrogativi aperti. «Potrebbero volerci anni prima che emergano tutte le informazioni».
Il risultato è un cortocircuito. Da un lato, la prova che pezzi di élite abbiano nascosto condotte criminali, dall’altro, la tentazione di riempire ogni zona d’ombra con una narrazione. I dubbi sono legittimi, ma online si scivola presto: sacrifici umani, cannibalismo, satanismo. Succede, ad esempio, con la ricorrenza della parola “pizza” nei file. In un’e-mail tra Epstein e il suo urologo relativa ad una ricetta per un farmaco contro la disfunzione erettile, compare l’espressione (per la verità fuori contesto) “pizza and grape soda”. Su Reddit e Telegram, diventa un codice per minorenni da abusare, ricollegabile al Pizzagate, la folle teoria del 2016 sulla presunta rete pedofila democratica gestita da Hillary Clinton e sodali, dal seminterrato di Comet Ping Pong, pizzeria di Washington.Il caso è ormai una serie true-crime in presa diretta. La morte sospetta nel 2019 (ufficialmente per suicidio) in una cella federale con formidabili falle nella sorveglianza, la possibile via di fuga concessa, i presunti ricatti a figure apicali grazie alla disseminazione di microcamere nascoste ovunque, perfino nelle scatole dei fazzolettini; il supposto legame con il Mossad e le ipotesi di spionaggio. Ogni documento è un episodio che si consuma su piattaforme come TikTok e YouTube non nei tribunali. Su Facebook, Instagram e X, video e thread che promettono di «spiegare la verità» si moltiplicano ta ambur battente.
«Per tante di queste accuse, allo stato attuale, non esistono prove. Alcune potrebbero trovare riscontro, certo. Ci sono vittime e sono stati commessi crimini. Tuttavia, una parte delle convinzioni circolate supera di gran lunga ciò che è stato accertato». Ad oggi, l’unica persona dietro le sbarre è la complice Ghislaine Maxwell, riconosciuta colpevole nel 2022 per traffico sessuale di minori.
Attenzione, però, a non mettere tutto nel calderone del complottismo. Il confine tra inchiesta e fiction oggi lo presidiano spesso i giornalisti indipendenti. In un clima di sfiducia verso le grandi testate, sono loro che intercettano quella parte di opinione pubblica convinta che Big Media abbia minimizzato, se non coperto, la verità.
«Ora la vicenda è sotto i riflettori, prima era il contrario. I media tradizionali non se ne occupavano. Chi faceva domande scomode veniva screditato». A dirlo è Bobby Capucci, voce del podcast “Jeffrey Epstein: The Coverup Chronicles”, che da sette anni segue il caso, soprattutto attraverso il racconto delle vittime. «Ho parlato con chi ha subito gli abusi. Quando inizi a scavare, ti rendi conto di quanta corruzione ci sia, di quante cose siano state insabbiate», ci dice quando lo raggiungiamo. Tra le vittime con cui ha stretto un rapporto di amicizia c’era anche Virginia Giuffrè, accusatrice del principe Andrea (arrestato e poi rilasciato la scorsa settimana), declassato ad Andrew Mountbatten-Windsor, morta suicida lo scorso aprile. «Ho un pubblico trasversale perché mi limito ai fatti. Per me conta solo che tutti i responsabili, senza eccezioni, siano chiamati a rispondere. Ho sempre chiesto un’indagine seria e approfondita. Ed è questo che oggi molte persone vogliono».
Per Capucci il contraccolpo politico si misurerà alle elezioni di metà mandato di novembre e a pagare sarà Donald Trump. Il presidente ha puntato sull’abilità sperimentata di spostare rapidamente il baricentro dell’attenzione pubblica, in un “news cycle” continuamente dirottato. Ma l’obiettivo di diluire l’impatto dello scandalo e impedirgli di sedimentarsi nell’agenda politica stavolta sembra non aver funzionato. «Molti che tendono a destra ma hanno un orientamento più libertario non andranno a votare. Quando ritratti ciò che avevi promesso e attacchi chi ti chiede conto delle tue parole, non c’è modo di recuperare. Ha perso tra il 10 e il 20% della sua base elettorale, quella indipendente». Ma non necessariamente lo zoccolo duro del mondo Maga.
«Questa vicenda non riguarda solo Jeffrey Epstein, ma un’intera classe che disprezza la gente comune – conclude amaro Bobby Capucci – Pensa solo a trasferire la ricchezza dal basso verso l’alto, ci reputano solo un intralcio lungo il percorso. Sono coloro che controllano gran parte delle istituzioni potenti nel mondo, dall’accademia all’impresa, alla politica. Un sistema che continua a danneggiare proprio le persone che dovrebbe proteggere e aiutare».

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