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6 marzo, 2026Il membro del Comitato rapporti internazionali del Partito per la Vita Libera in Kurdistan (Pjak) sottolinea: "Non siamo attori di questa guerra. È un conflitto che mira ad acquisire maggiore potere ed egemonia in Medio Oriente da parte di chi l’ha provocata. Non ha nulla a che fare con il popolo iraniano e i suoi diritti. Non vogliamo farne parte né avere legami con entità coinvolte"
“Siamo in stato di massima allerta, ma le notizie che ci vedono coinvolti sul piano operativo sono false. La guerra è in pieno svolgimento. Il suo corso dipende da molti fattori. Se il nostro popolo si troverà ad affrontare una minaccia di genocidio, interverremo sicuramente. Ma non siamo dei mercenari: siamo un popolo, con un suo esercito, un suo Stato, sue istituzioni”. Dal profondo nord del Paese dei mullah ci risponde Zagros Enderyarî, esponente del Comitato rapporti internazionali del Partito per la Vita Libera in Kurdistan (Pjak). È l’organizzazione clandestina e rivoluzionaria del Kurdistan iraniano più rilevante. Fondata nel 2004, è impegnata nella lotta armata contro Teheran. La notizia di un loro ingresso in massa dall’Iraq, dove erano in parte rifugiati, era stata data dalla Cnn e ripresa anche da Axios che, citando due funzionari governativi anonimi, uno statunitense uno israeliano, parlava di milizie curde iraniane sostenute dal Mossad e dalla Cia.
È vero?
“Il nostro partito”, risponde a L’Espresso Zagros Enderyarî, “non ha mai avuto relazioni con gli Usa, Israele o altri governi. Si è impegnato solo a favore del popolo curdo. Non siamo attori di questa guerra e non la consideriamo una guerra tra il popolo curdo e l’Iran. È un conflitto che mira ad acquisire maggiore potere ed egemonia in Medio Oriente da parte di chi l’ha provocata. Non ha nulla a che fare con il popolo iraniano e i suoi diritti. Non vogliamo farne parte né avere legami con entità coinvolte”.
Gli obiettivi di Israele e Usa sembrano diversi sebbene convergenti.
“Non è ancora chiaro se il vero obiettivo degli Usa e di Israele sia quello di cambiare il regime iraniano. Una cosa è certa: Teheran dispone ancora di un forte apparato repressivo. La reazione durissima e sanguinaria nei confronti delle proteste del gennaio scorso dimostra che qualsiasi azione deve essere intrapresa dietro chiari impegni e accordi”.
Non vi fidate di chi spinge per un vostro intervento?
“Dobbiamo esser certi della serietà delle azioni degli Stati Uniti e di Israele”.
In passato, per contrastare e poi sconfiggere Daesh in Siria, siete prima stati usati e poi abbandonati.
“I curdi non sono ma stati un alleato strategico degli Stati Uniti nel Rojava. Non possiamo esserlo nemmeno in Iran, perché abbiamo interessi diversi”.
Ma siete disposti a intervenire.
“Possiamo cooperare tatticamente e temporaneamente, ma un’alleanza strategica a lungo termine è impossibile. Possiamo fidarci su una cooperazione limitata, ma non oltre”.
Qual è il vostro obiettivo in questo frangente?
“La nostra Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan (Cpfik) si è allargata da cinque a sei partiti. Il nostro obiettivo comune resta lo stesso di sempre: un Iran democratico e decentralizzato, con un'autonomia per i curdi. Ci battiamo per questo da molti anni”.
Questa guerra vi offre una buona opportunità.
“Certo, ma i rischi e i pericoli della guerra sono evidenti a tutti”.
Crede sia possibile una svolta in Iran?
“Cambiare il regime è il desiderio di tutti gli iraniani e tutti noi vogliamo un Iran democratico. I curdi, inoltre, considerano un governo decentralizzato basato sull’autonomia come requisito essenziale per qualsiasi altra azione. La nostra comunità è la parte politicamente più attiva e organizzata nel Paese. Dopo il movimento “Donne, Vita e Libertà” del 2022, è diventato chiaro a tutti il ruolo che possiamo avere. I curdi sono in grado di guidare sia la lotta per la democrazia sia la costruzione di una società pluralista in Iran. Faremo la nostra parte”.
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