Il loro impiego non ha portato a nulla. Le mafie hanno continuato la loro marcia alla conquista del Paese. La corruzione è dilagata

I giornali si occupano spesso dei cosiddetti infiltrati, che sono un po' il motore del nostro tempo, esseri misteriosi malvagi che accorrono dove ci sono disordini tumulti per seminare confusione, ferite, colpire alle spalle non visti e non uditi e poi dileguarsi prima che i carabinieri chiudano i malcapitati nei panier à salade, come li chiamano i parigini, i carri della polizia dalle pareti metalliche traforate per sorvegliare gli arrestati. I giornali amano molto gli infiltrati, la specie misteriosa e furtiva che nei disordini sociali, nelle convulsioni spesso inspiegabili si abbandona a violenze imprevedibili. La spiegazione più semplice che la stampa politica dà degli infiltrati è che il disordine di cui sono portatori fa il gioco sicuro, matematico dell'ordine repressivo o, per usare un linguaggio tecnico, che senza cambiare radicalmente il quadro sociale, senza fare la rivoluzione che in fondo è un rischio per tutti, anche per chi guida il gioco, lo sposta a destra, lo riconduce sotto il controllo delle autorità repressive.

Fin qui tutto sembra chiaro dai tempi manzoniani: gli infiltrati del governo spargono disordini per Milano, gridano che i popolani stanno dando l'assalto ai forni e rumoreggiano quando appare un gendarme, gli tirano dei sassi, assaltano i negozi finché scatta la repressione; i più facinorosi sono arrestati, Renzo Tramaglino fugge in tempo su un barchino attraverso l'Adda e la vicenda dei dominatori e dei dominati rientra in un alveo accettabile per i primi e obbligato per i secondi. Ma questa non è una spiegazione convincente degli infiltrati e del loro ruolo, che sarebbe quello di far prevalere l'ordine e con esso il vivere ordinato della società.
Chi, come il sottoscritto, ha passato gran parte della sua vita di giornalista a raccontare e a strologare sui misteriosi infiltrati di cui la storia patria è fornitissima, si chiede ancora se il preteso utile che si attribuisce al loro intervento sia davvero tale, se sia stato conveniente davvero al potere e ai suoi organi repressivi, se sia stato utile ai governanti e in ultima analisi alla società. C'è stato un tempo, diciamo alla fine degli anni Settanta, in cui il famoso servizio segreto americano, la Cia, carabiniere del mondo libero, e le polizie dell'impero furono come colte dalla frenesia degli infiltrati: da assoldare, addestrare e nascondere per lavorare a tempo pieno al disordine generale con ogni genere di minacce, di delitti, di treni passeggeri fatti saltare, di bombe nelle piazze dove si tenevano comizi, di attentati ai carabinieri, di impiego di neofascisti addestrati nella Grecia dei colonnelli, di reduci della X Mas del comandante Borghese, di anarchici sprovveduti per spargere la voce di una congiura dinamitarda. Insomma, il disordine endemico: il caso 7 aprile, l'assassinio di Mattei, lo Oas, i legionari del colonnello Massu, la mafia che ne approfitta per piazzare le sue bombe, la giustizia impotente in coda, i colpevoli assolti. Questo è stato negli anni Settanta il lavoro continuo e sanguinoso degli infiltrati, guidati dalla polizia dell'impero e da quella della Nato. A che è servita, anche da un punto di vista imperiale e conservatore? A niente o a peggiorare la vita della gente comune, dei cittadini, il livello medio della società.

Con tutti questi infiltrati e le loro bombe, i loro morti, le mafie organizzate hanno continuato la loro marcia alla conquista del Paese. La corruzione è dilagata, ogni comportamento etico è diventato quasi ridicolo. È cresciuta l'occupazione giovanile, si sono aperte nuove strade per i giovani? Al contrario, a forza di infiltrati e strategie degli opposti estremismi siamo andati al peggio. Anche per i padroni che degli infiltrati si sono serviti.

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