Matteo Renzi: parole, fatti e "carne al fuoco" Non c'è un dato che sia dalla sua parte

Deflazione, mancati effetti degli 80 euro, disoccupazione in rialzo e i richiami del Quirinale: per il premier si profila un autunno difficile. Anche il consiglio dei ministri "da fuochi d'artificio" risulta depotenziato: niente scuola e Sblocca Italia da riscrivere per mancanza di fondi e strategie. E la giustizia arranca tra i compromessi

Entusiasmo il lunedì, apoteosi il mercoledì, penne basse il venerdì. La parabola della settimana di Matteo Renzi si può riassumere in tre antelucani tweet: “Buon lavoro a chi oggi ritorna in ufficio” (lunedì, ore 7.15), “Non male questo fine settimana: giustizia, sblocca Italia, nomine europee poi scuola e #millegiorni”. (mercoledì, ore 6 e 20); “Scendo in ufficio. Stamani ho già twittato troppo ? A tutti buongiorno” (venerdì, ore 7 e 22).

Certo il rientro dalle vacanze può essere duro: per il premier, a quanto pare, particolarmente; soprattutto vista l’aspettativa roboante creata con la ripartenza dei mille giorni. L’andamento dell’economia e del mercato del lavoro, indipendente dalla volontà renziana, di certo non conforta. Non c’è un dato che sia dalla sua parte. A partire dalla deflazione, passando per gli effetti per ora in gran parte mancati dei famosi ottanta euro, fino ai numeri diffusi proprio oggi dall’Istat, che danno la disoccupazione in rialzo al 12,6 per cento a luglio (+0,3 per cento rispetto a giugno, +0,5 su base annua), mentre nello stesso mese si sono persi più di mille posti di lavoro al giorno (meno 35 mila in un mese).

Non è roseo però soprattutto il bilancio settimanale sul fronte dell’attività del governo. Partito lancia in resta, Renzi si è dovuto alla fine acciambellare, dopo l’incontro con il capo dello Stato, su quel “non mettere troppa carne al fuoco” che – per quante ricostruzioni vi si possano fare attorno – anche per lessico somiglia a una raccomandazione di Giorgio Napolitano decisamente più che a un’espressione fiorita spontaneamente sulle labbra dell’ex rottamatore.

Sblocca Italia da riscrivere
A scorrere le riforme, tra annunci e realtà, i conti sono presto fatti. Lo Sblocca Italia, provvedimento decisivo per dare l’idea di un paese che marcia coi conti in ordine già al vertice di Bruxelles di domani, s’è dovuto riscrivere e ricalibrare in fretta e furia in vista del consiglio dei ministri di oggi dopo che (fonti renziane) il premier e il ministro dell’economia si sono accorti che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi l’aveva infarcito di troppe spese: “Soldi che non ci sono”, ha commentato il premier, “ci sono decine di miliardi che non possiamo coprire e manca una visione strategica”. Tutto o quasi da rifare, con tanto di tensioni nell’esecutivo che – ci mancava – si estendono anche all’alfaniano Lupi.

Per la scuola, nemmeno le slides (zampino della Giannini?)
Ancora peggio, per quel che riguarda la scuola. Fuoco d’artificio all’occhiello del premier che aveva promesso al settimanale Tempi “vi stupirò”, dopo giorni di esaltanti annunci la riforma slitta. Ufficialmente di poco: “Ci penseremo la prossima settimana”, twitta Renzi. La raccomandazione di sapore quirinalizio sulla troppa carne al fuoco ha colpito infatti soprattutto qua. Per una serie di ragioni, per ora illuminabili solo in parte: certamente, perché l’annuncio di assumere sia pure per scaglioni oltre centomila precari (ignoto, peraltro, il come) strideva con la necessaria morigeratezza nei conti pubblici da presentare all’Europa (pare che persino Berlusconi abbia detto: “Si rischia di creare illusioni”). Ma poi anche perché la settimana ha visto deflagrare la querelle sul “chi mette la faccia sulla riforma” tra Renzi e il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Ufficialmente lei non ha mosso un muscolo, dopo che il premier le ha fatto lo sgarbo di convocare un vertice sulla scuola in sua assenza, annunciando peraltro di fatto che la faccenda “la tratto io”. Nei fatti, tuttavia, la riforma è sparita dall’agenda del Consiglio dei ministri proprio dopo quel dissidio: uno zampino sapiente della ex montiana schiacciasassi non è da escludersi.

A tutto questo va aggiunto un dettaglio non da poco: in Consiglio dei ministri non sarebbe comunque andata la riforma della scuola vera e propria. Sarebbero andate soltanto le slide sulle linee guida. Ebbene, si è deciso fosse più prudente rimandare anche quelle. Il che la dice lunga sullo stato dell’arte. Tanto più perché, nel frattempo, non si hanno notizie sulla soluzione (annunciata per fine agosto) al pasticcio di “Quota 96”: quei quattromila tra insegnanti e personale scolastico rimasti nel limbo per via di una falla della riforma Fornero, inseriti ma poi stralciati dalla riforma Pa (che li avrebbe mandati in pensione a partire da settembre), e adesso costretti a tornare a lavoro a metà mese, pur avendo maturato i requisiti per la pensione.

La giustizia, braccio di ferro con Ncd
Infine, c’è la giustizia, la riforma che ha passato a luglio la fase delle slide e ora dovrebbe entrare nel vivo. Sul punto, Renzi ha dovuto scontare le resistenze soprattutto del Nuovo centrodestra di Alfano, costretto a fare la voce grossa non solo per antiche convinzioni, ma soprattutto per tattica politica: non farsi cioè “mangiare” da Forza Italia, offrendole argomenti sufficienti per accusarli di essere un manipolo di traditori al servizio del partito dei giudici. Il risultato definitivo del braccio di ferro lo si vedrà solo dopo il consiglio dei ministri. Di certo per ora si può dire che sono fuori discussione soltanto (ma non è poco) le misure che tra decreti e ddl servono a smaltire l’arretrato civile e rendere più svelti i processi. Sul resto, è mezzo buio: pare che ci saranno le nuove regole sulla responsabilità civile dei magistrati e le norme che di fatto allungano i tempi per la prescrizione. Sul nuovo falso in bilancio e le limitazioni al sistema delle impugnazioni, Ndc chiede correzioni. Il punto interrogativo più grosso riguarda le norme sulle intercettazioni: il partito di Alfano ne fa un chiodo fisso, le vuole assolutamente come se quello fosse il metro per giudicare quanto l’Ncd si è rammollito alla corte renziana; ma, per quanto per ora si sia parlato di misure blande, si tratta di un punto troppo delicato da affrontare subito anche per il Pd. L’accusa di cedere ai desiderata berlusconiani, all’ “inciucio col nemico” è infatti alle porte, per quanto Renzi abbia avuto la prontezza oggi di precisare che non c’è nessun accordo: “La riforma della giustizia non sta nel pacchetto riforme istituzionali, Forza Italia voterà contro” ha twittato.

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