Per arruffianarsi la loro base del Tea Party, i candidati repubblicani alla presidenza Usa screditano ciò che ogni importante organizzazione scientifica ha riconosciuto: il cambiamento del clima è provocato dall'uomo e comporta gravi rischi per il futuro del genere umano. Il presidente Obama, che pure di scienza si intende abbastanza, è stato costretto da massicce proteste a respingere la realizzazione dell'oleodotto Keystone XL, destinato a importare il petrolio estratto dalle sabbie bituminose canadesi così nocive per il clima. Al vertice sul clima di Durban di dicembre, invece, gli Stati Uniti ancora una volta hanno impedito, insieme alla Cina, che si facessero passi avanti risolutivi.
Fuori dai confini della Washington formale, influenzata dalle corporation, negli Stati Uniti si registra un clima ben diverso: il carbone - il più "sporco" e il più inquinante tra i combustibili fossili per la produzione di biossido di carbonio - è sempre meno accettato dalle comunità locali e dai loro rappresentanti al governo. Negli ultimi cinque anni una rete di attivisti popolari si è adoperata per fermare la costruzione di 160 impianti alimentati a carbone che erano già stati programmati, e questa è di gran lunga la vittoria più importante negli Stati Uniti dal punto di vista della lotta al cambiamento del clima. Elemento ancor più rilevante, queste vittorie non si sono registrate in California, da sempre ecologista e rispettosa dell'ambiente, ma nel Sud conservatore e nel Midwest industriale, proprio laddove il carbone da tempo alimenta buona parte del fabbisogno energetico.
Gli impianti alimentati a carbone sono la più grande fonte americana di emissioni di gas serra che innesca il riscaldamento globale. Aver bloccato la realizzazione di 160 impianti di questo tipo significa aver evitato che nei prossimi quarant'anni (tempo medio di vita di una centrale energetica) milioni di tonnellate di biossido di carbonio siano rilasciati nell'atmosfera. Il rifiuto opposto al carbone costituisce una vittoria fondamentale anche per la salute pubblica: bruciando, infatti, il carbone rilascia nell'aria mercurio, arsenico, particolato sottile, diossido di zolfo e altre sostanze fortemente inquinanti. Le emissioni prodotte dalle 500 centrali energetiche circa alimentate a carbone esistenti oggi sul territorio americano provocano tutti gli anni la morte di almeno 13.200 americani e, secondo uno studio dell'Abt Associates (società di ricerca del Massachusetts), sarebbero anche all'origine di almeno 20 mila infarti.
Aver fermato la realizzazione delle 160 centrali alimentate a carbone è "il risultato più significativo raggiunto dagli ambientalisti americani dai tempi dell'approvazione del Clean Air Act e del Clean Water Act nel 1970": così afferma Michael Nobel, direttore esecutivo del gruppo ambientalista Fresh Energy del Minnesota, che ha contribuito al successo dell'iniziativa.
Queste vittorie hanno a tal punto colpito Michael Bloomberg, sindaco miliardario di New York, da indurlo a promettere un finanziamento di 50 milioni di dollari al Sierra Club, il gruppo che a livello nazionale coordina le battaglie contro il carbone. L'ingente finanziamento sosterrà la prossima fase della campagna del Sierra Club, denominata "Beyond Coal", che punterà a spostare l'obiettivo dall'opposizione alla costruzione di nuove centrali a carbone alla chiusura degli impianti già esistenti e alla loro sostituzione con centrali a energia verde. "Il nostro obiettivo è chiudere entro il 2015 almeno un terzo degli impianti alimentati a carbone esistenti in America", dice Bruce Nilles, a capo della campagna del Sierra Club. "L'industria ha sempre affermato che è inevitabile utilizzare il carbone, ma impedendo la costruzione di quelle 160 centrali abbiamo dimostrato il contrario".
C'è molto di più da dedurre da questo risultato, in quanto la strategia e le tattiche della campagna "Beyond Coal" sono alquanto diverse da quelle del tentativo fallito di far approvare una legge sul clima a Washington. La campagna legislativa si era fatta promotrice di una soluzione non pienamente soddisfacente - la legge "cap and trade" - che poteva essere compresa fino in fondo soltanto dagli addetti ai lavori, e che per essa aveva ingaggiato vere battaglie a Capitol Hill, notoriamente schierata a favore degli interessi delle corporation. Al contrario, la campagna "Beyond Coal" si è fatta portavoce di una richiesta molto semplice ed efficace: "No New Coal!", "Basta nuovi impianti a carbone!". Che ha spinto la popolazione a protestare e a esercitare pressioni sulle autorità direttamente nelle singole comunità, ovvero dove il potere dell'opinione pubblica ha molte più possibilità di sconfiggere "big money".
La prossima fase della campagna "Beyond Coal" sarà caratterizzata da sfide ancora più significative: infatti è più facile rifiutare un impianto a carbone che non è ancora stato costruito che chiuderne uno già esistente e in funzione, che fornisce energia elettrica e assicura posti di lavoro e gettito fiscale. Ma, come il movimento Occupy, anche la campagna "Beyond Coal" ha dimostrato che lo status quo non è invincibile: quando i comuni cittadini convergono intorno a una causa radicale di critica all'ordine precostituito e scendono in piazza con richieste chiare, precise e inderogabili, allora possono davvero cambiare il mondo.
traduzione di Anna Bissanti