Le tribù coesistono. I paesi confinanti non sono ostili. E il cammino è definito: elezioni, costituzione, governo. Così Tripoli rinascerà

Un recente viaggio in Libia mi ha reso ottimista sulle possibilità che il Paese ha di compiere con successo una transizione verso la stabilità e la democrazia. Durante la mia permanenza, ho avuto incontri con funzionari del Consiglio nazionale di transizione, con il governo provvisorio, con i ribelli e con i membri dei movimenti politici e della società civile. I rischi e le sfide sono enormi, ma le possibilità di successo li superano.

La Libia oggi è un Paese privo di un esercito nazionale, di forze di polizia , di uno Stato, che funzionino. I ribelli armati controllano l'aeroporto e diverse parti della capitale e del Paese. Le differenze tribali e regionali, così come le tensioni tra i vari gruppi armati, generano occasionalmente degli scontri. Le differenze tribali e regionali in Libia, tuttavia, non sono in alcuna misura profonde come le divisioni settarie ed etniche di altri paesi, come Iraq, Siria o Libano, che rappresentano una piaga. In Libia le tribù coesistono, i matrimoni intertribali sono comuni da anni e le differenze regionali non sono strettamente legate a identità politiche radicate in profondità.
Inoltre la Libia è avvantaggiata dalla sua posizione geografica. I suoi vicini arabi, africani ed europei non le sono nemici né sono in forte conflitto tra loro. Ciò contrasta marcatamente con la situazione di altri paesi del Levante, come Iraq, Siria o Libano, nei quali Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele e Turchia lottano per estendere la propria influenza.

Il Consiglio nazionale di transizione ha una serie di difetti, ma ha compiuto ciononostante un lavoro eccezionale nel traghettare la Libia dalla dittatura attraverso la ribellione armata per incamminarla infine sulla via verso la transizione democratica. I governi provvisori che esso ha incaricato sono riusciti a restaurare in una certa misura la calma e a ristabilire i contatti con i partner regionali e internazionali. L'attuale governo sta gestendo con saggezza il problema dei ribelli armati offrendo loro un'integrazione nell'esercito o nella polizia o un percorso di formazione con tanto di borse di studio che permetta loro di costruirsi una carriera nell'ambito civile.

A livello nazionale il consenso sulla strada da percorrere è esteso: elezioni a giugno, redazione della bozza di una nuova costituzione ed elezione di nuove autorità esecutive democratiche. Inoltre, nel contesto della primavera araba, c'è anche un consenso generale sulle caratteristiche della costituzione, che sarà democratica e pluralistica con un accento sul rispetto dei diritti umani. Il fatto che essa preveda l'Islam come principale fonte d'ispirazione legislativa non dovrebbe sorprendere o allarmare particolarmente: la società libica è semplicemente molto conservatrice e religiosa. I giovani e le donne della società civile appartenenti a vari schieramenti hanno svolto un ruolo essenziale nella rivoluzione e continueranno a lottare con efficacia per i loro diritti e il loro ruolo nella Libia post Gheddafi.

Il fatto che la Libia, diversamente dalla Tunisia o dall'Egitto, sia un importante paese esportatore di energia costituisce un altro elemento molto importante. Anche se i proventi delle vendite di petrolio e gas potrebbero rappresentare una fonte di corruzione e scontro, come accade in Iraq, attualmente essi hanno l'effetto di convincere le tribù e i gruppi libici che il loro interesse dovrebbe mirare a ottenere una quota parte della torta in uno Stato libico ricostruito e in grado quindi di estrarre ed esportare combustibili fossili, piuttosto che a smembrare questo Stato.

La strada che la Libia ha davanti è tutt'altro che facile, ma l'euforia condivisa per la liberazione da Gheddafi, il vasto consenso sulla strada da intraprendere, il fatto reale che tutti i gruppi vogliono conquistarsi uno spazio, in aggiunta a un ambiente regionale favorevole, mi portano a concludere che nonostante la situazione corrente, il popolo libico possa, come la Tunisia e l'Egitto, realizzare con successo una transizione dalla dittatura a un governo democraticamente eletto.

traduzione di Guiomar Parada
Direttore del Centro Carnegie per il Medio Oriente a Beirut, Libano

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