Un anno dopo la proclamazione del Califfato, lo Stato islamico sta vincendo su tutti i fronti. Non solo è riuscito a consolidare la sua autorità sui territori conquistati in Siria e in Iraq, ma sta portando avanti offensive che ne aumentano il potere e il prestigio. Ha dimostrato di poter colpire ovunque, dal centro di Parigi a quello di Tunisi, dalle fabbriche di Lione alle spiagge di Sousse, dalle moschee dell'Arabia Saudita a quelle di Kuwait City, fino alla Somalia.
Ovunque esistano comunità musulmane, l'Is raccoglie nuove adesioni: gruppi di militanti che si affiliano, coordinando le loro azioni. Dalla Libia al Sinai, dall'Afghanistan al Caucaso, ogni settimana viene annunciata la nascita di un nuovo “wilayet”, un'altra provincia federata alla coalizione di Al Baghdadi. E il suo messaggio di violenza raccoglie consensi crescenti tra le popolazioni sunnite, con l'unica opposizione – quasi paradossalmente – delle organizzazioni che fanno capo ad Al Qaeda.
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Questa offensiva globale è il trionfo della filosofia estrema del Califfato, che si ispira alle gesta dei primi eredi di Maometto e teorizza la necessità di imporre l'Islam con le armi: la religione è conquista, come il profeta e i suoi discepoli fecero occupando Medina, marciando sulla Mecca e poi sull'intero Medio Oriente. Una fede che richiama in modo distorto la radice della comunità sunnita. E in nome di questa tradizione radicalizza lo scontro con gli sciiti, l'altra grande confessione musulmana, cercando di innescare l'odio con gli attentati.
La sua forza sta nell'efficacia di questo credo violento, rafforzato dalle vittorie militari e dalle esecuzioni brutali, dalle stragi e dai colpi inferti persino nel cuore d'Europa. Ma c'è un'altra dimensione, che noi occidentali tendiamo a trascurare: l'Is amministra i territori occupati, garantendo legge, ordine e persino serenità economica dove prima c'era il caos. Oggi milioni di persone vivono nel Califfato: Mosul, la capitale, ne conta due e mezzo. Lo Stato Islamico ha una capacità organizzativa sorprendente, con tanti settori autonomi che si coordinano con un'unica regia centrale. Strutture efficienti nel distribuire intimidazione e benessere, costruendo il consenso delle popolazioni grazie anche a una propaganda moderna, che usa con uguale maestria Internet e la predicazione orale.
Altrettanto dinamica è la sua rete militare. Anzitutto nella formazione dei guerrieri. Un documento scoperto pochi giorni fa mostra i metodi del reclutamento, con la selezione tra i volontari per individuarne le potenzialità e il successivo smistamento tra campi dove formarli: un sistema che permette di sviluppare le capacità delle reclute, facendo arrivare al fronte cecchini, artiglieri o semplici fanti. E destinando ad altri compiti chi non è idoneo al combattimento ma può essere utile negli uffici.
I disertori siriani, egiziani ma anche russi e sauditi, con un decisivo contributo dei veterani baathisti dell'esercito di Saddam Hussein, hanno permesso di mantenere in funzione i mezzi catturati negli ultimi due anni: da tank e cannoni di produzione russa fino ai modernissimi veicoli americani concessi al governo di Baghdad e finiti a centinaia nelle loro mani. Ormai hanno tutto, tranne l'aviazione: scorte colossali di munizioni, armi anti-aeree, missili a corto raggio e razzi a lunga portata.
Nelle ultime battaglie i soldati dell'Is hanno condotto attacchi efficaci e spietati. C'è un video che mostra l'assalto a una base fortificata del regime siriano: un'operazione da manuale. Concentrano il tiro di carri, razzi e artiglieria contro la postazione più alta. La smantellano e occupano, poi usano le mitragliere lasciate dai difensori per bersagliere l'accampamento nemico. Reagiscono a un raid dell'aviazione, costringendo i jet a volare alto sganciando le bombe a casaccio. Poi su tre lati irrompono nel comando, con una manovra di jeep, fanti e tank. Quando la resistenza crolla, lanciano un macabro safari con i fuoristrada inseguendo e abbattendo tutti i fuggitivi, uno a uno, senza pietà.
La loro armata si sposta nel deserto, sfuggendo alla ricognizione di droni e satelliti. Si muovono alla spicciolata per centinaia di chilometri e si raggruppano dove serve. Pochi giorni fa sono spuntati di sorpresa a Kobane, la città simbolo dove i curdi erano riusciti a sconfiggerli dopo settimane di scontri. Ma lo stesso è accaduto a Palmira e in modo ancora più devastante a Ramadi, il capoluogo a pochi chilometri da Baghdad dove hanno messo in rotta l'esercito iracheno.
Riescono persino a trasferire armi e uomini nelle nuove provincie. La meta privilegiata adesso è la Libia, dove ormai il Califfato domina una lunga fascia costiera e punta sui campi petroliferi più ricchi. Lì non ci sono molte reclute locali e quindi vengono concentrati volontari tunisini, sauditi e siriani. L'unica disfatta è accaduta pochi giorni fa a Derna, dove una sommossa popolare e la reazione di milizie qaediste li hanno buttati fuori dal centro.
Un quadro impressionante. Che si specchia con l'incapacità dell'Occidente di formulare una reazione. Sui campi di battaglia, solo i curdi iracheni e gli hezbollah libanesi, alleati del regime di Damasco, gli hanno tenuto testa. I raid aerei della coalizione guidata dagli Usa di fatto sono inutili. I bombardieri non hanno bersagli da colpire, perché non ricevono informazioni dai territori del Califfato: non sanno dove sono i comandi, i depositi, le caserme. Le uniche prede sono i veicoli militari di produzione americana catturati agli iracheni: i jet statunitensi hanno polverizzato centinaia di Humvee e di blindati, pagati dal contribuente americano. Il resto dei mezzi quasi tutti sono pick-up, identici a quelli civili: anche i carri armati vengono spostati nascosti dai teloni di camion commerciali.
Le centinaia di istruttori mandati a Baghdad per addestrare l'esercito locale stanno fallendo. Le truppe sunnite non hanno voglia di combattere e non si fidano degli occidentali. In Iraq a ogni emergenza bisogna ricorrere alle milizie sciite e alle brigate dei guardiani della rivoluzione iraniani: presenze sanguinarie che finiscono per incentivare il consenso della popolazione sunnita intorno ai correligionari dell'Is. Solo i curdi sembrano fare tesoro dei consiglieri e delle armi fornite soprattutto dall'Europa, ma i loro risultati aumentano la diffidenza turca e le manovre sotterranee che favoriscono la crescita del Califfato.
Obama non ha una strategia. Né per l'Iraq, né per la Siria, né per la situazione globale. I generali del Pentagono mostrano una crescente insofferenza e temono che la situazione stia sfuggendo di mano. Mentre sempre più spesso si ipotizza una ritirata totale degli americani da Baghad, che trasformerebbe di fatto il paese in una coalizione di tre staterelli in guerra: sunniti con l'Is contro curdi e sciiti. Le nazioni arabe sunnite, sotto la spinta dei generali al potere in Egitto, cercano di studiare una linea comune, ma sulla Siria le divisioni sono troppo profonde. E l'Europa, ancora una volta, è assente.
Alcuni governi della Ue, come Francia e Gran Bretagna sono tentati dalla strada militare. Che si presenta costosa e pericolosa. Ma il richiamo delle armi cresce anche da noi. Dopo una visita ai profughi cristiani ammassati in Kurdistan, il cardinale Angelo Scola con una lettera al “Corriere della Sera” ieri ha teorizzato la
necessità di un'azione militare contro l'Is: «Perché come ha affermato papa Francesco “fermare l'aggressore ingiusto è un diritto dell'umanità...”».
L'Italia finora non ha conosciuto il terrorismo islamico. Sin dagli anni Settanta, sin dai tempi dei dirottatori palestinesi e degli accordi taciti benedetti da Aldo Moro e Francesco Cossiga, nessuna organizzazione ci ha colpito: la Penisola era troppo importante per i movimenti e le reti di sostegno ai combattenti. Un calcolo che ci ha preservato anche dagli attacchi di Al Qaeda. Ma adesso è cambiato tutto.
Al Baghdadi ha inserito Roma tra i bersagli del Califfato, i suoi media rilanciano spesso questo appello. E per una strage non servono più preparativi complessi e commando che obbediscono al vertice. Ora è il tempo dei lupi solitari, più o meno addestrati, più o meno armati. Bastano pochi ragazzi pronti a tutto con qualche kalashnikov per seminare la morte nel centro di Parigi o sulla spiaggia di Sousse. Una lezione che non sembriamo avere compreso.