La guerra di Matteo Renzi è la guerra di un paese impreparato ad affrontarla. Sfibrato dalle polemiche interne. Mortificato dagli egoismi europei. Allarmato dal fanatismo jihadista. Non si combatterà, questa dannata guerra, con carri armati e cacciabombardieri. Per fortuna. Avrà comunque bisogno di strumenti militari, oltre che diplomatici e umanitari. Ma innanzitutto servirà una forte coesione nazionale per sostenere le scelte non facili da adottare. Il naufragio nella notte tra sabato 18 e domenica 19 aprile rappresenta un punto di non ritorno per la coscienza civile. È la storia di copertina di questo numero.
Ci siamo interrogati in redazione sull’opportunità dell’uso della parola guerra. Ironia della Storia, proprio nei giorni in cui celebriamo la fine del secondo conflitto mondiale e la liberazione dal nazifascismo: 70 anni di pace e democrazia. L’analisi degli elementi raccolti mette in risalto un profilo interventista dell’Italia, ben oltre le stesse dichiarazioni ufficiali di operazioni mirate nei mari e nei porti della Libia. Lo documentano Marco Damilano e Gianluca Di Feo delineando lo scenario, del tutto imprevisto, entro cui si sta muovendo il governo. Per Renzi è la prova più ardua da quando è a palazzo Chigi, sia per la tenuta interna della sua stessa recalcitrante maggioranza, sia per la effettiva solidarietà internazionale. Rispetto all’operazione Mare Nostrum, eccellente nell’opera di salvataggio, e alla successiva più striminzita missione Triton, il premier va molto oltre. Dà all’Italia l’obiettivo, capofila in Europa, di bloccare i traffici dei nuovi schiavisti e di rallentare - se non proprio impedire - le partenze delle carrette dei disperati dai porti libici. È un ribaltamento del modo di operare finora applicato. Nel 2014 l’Italia ha accolto 170 mila profughi, parte dei quali salvati in mezzo al mare con generosità ed eroismo. I dati dei primi tre mesi dell’anno ci dicono che nel 2015 si supererà sicuramente quota 200 mila. Con le inevitabili tensioni sociali e gli sprechi di denaro pubblico documentati da “l’Espresso” appena poche settimane fa (Fabrizio Gatti sul numero 4).
Renzi ora cambia strategia: dall’accoglienza totale dei migranti al tentativo di disarticolare i canali di traffico in terra d’Africa. Non è ancora del tutto chiaro come e dove, con quali mezzi e per quanto tempo. Ma l’Italia intende inquadrare le sue operazioni di polizia militare in Tripolitania e in Cirenaica nella più vasta lotta al furore islamico: «I nuovi schiavisti finanziano anche il terrorismo», ha dichiarato al “Messaggero” il ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Addirittura il 10 per cento del prodotto interno lordo libico sarebbe frutto dell’odioso mercato di esseri umani. Enormi quantità di denaro a disposizione del sedicente stato islamico o delle formazioni terroristiche ad esso affiliate. Insomma all’urgenza umanitaria si sovrappone l’emergenza sicurezza: non era mai capitato prima che le due questioni si incrociassero così pericolosamente.
Quanto efficace sarà la campagna di contenimento delle partenze? Difficile fare previsioni, sempre che davvero si riesca a mettere in piedi una missione duratura. Di sicuro sarà utile al governo per egemonizzare il dibattito politico interno: in vista delle elezioni regionali di fine maggio, il premier e i suoi potranno raccontare una svolta finora mai osata da nessun altro, sottraendo alla Lega di Matteo Salvini gli strumenti per lucrare sulle paure e sul disagio sociale degli strati più deboli della popolazione italiana.
Sul lungo periodo le incognite sono infinite. Prima fra tutte il desiderio di masse enormi di disperati di approdare in Europa alla ricerca di una vita migliore. Di cui si fanno strumento, nel loro immenso cinismo, gli scafisti e chi li organizza. Offrono uno sporco servizio a chi fugge da guerre, fame, persecuzioni. Il racket va stroncato senza pietà. Come vanno distrutte quelle carrette della morte. Ma il sogno di Occidente di milioni di africani e asiatici, niente e nessuno riuscirà a bloccarlo. Forza e debolezza del nostro mondo.
Twitter @VicinanzaL