Un presidente della Commissione che attacca frontalmente il premier di un singolo Paese non s’era mai visto nella storia dell’Unione europea. Nemmeno quando qualche intervento pesante di Bruxelles avrebbe potuto essere giustificato dinanzi a deviazioni gravi come quelle in corso da tempo in Ungheria e ora anche in Polonia sul terreno fondamentale delle libertà democratiche. Certo, si può spiegare la sortita di Jean-Claude Juncker contro Matteo Renzi come un concitato fallo di reazione a quanto accaduto al parlamento di Strasburgo dove il gruppo socialista (nel quale il Pd renziano è guida maggioritaria) ha minacciato di ritirare l’appoggio all’attuale Commissione in assenza di una svolta radicale su una quantità di questioni in sospeso.
In ogni caso è un fatto che il signor Juncker ha parecchi motivi per sentirsi in difficoltà a causa del bilancio fortemente negativo del suo primo anno di gestione. Il piano di rilancio degli investimenti cui aveva dato pomposamente il suo nome per ingraziarsi il sostegno dei partiti di sinistra è ancora vuoto torricelliano con fumi di iniziative. Seppure ingentilita di qualche decimale, la strategia depressiva dell’austerità contabile continua a frenare la crescita economica. Sull’emergenza migranti una galoppante diaspora nazionalistica si fa beffe delle belle parole di Bruxelles fino a minacciare il crollo di un pilastro dell’Unione quale il trattato di Schengen. L’ombrello tedesco sotto il quale ripara la sua presidenza si sta rivelando ogni mese più costoso in termini di reputazione perché gli impone un’inerzia imbarazzante sul prevaricante surplus commerciale della Germania e su una vicenda indecorosa come le truffe planetarie del gruppo Volkswagen.
L’unico versante sul quale la tattica dorotea ha offerto qualche vantaggio personale a Juncker è quello del silenzio generale sceso sullo scandalo del dumping fiscale praticato in barba ai trattati da alcuni Paesi, a cominciare dal suo Lussemburgo. Ma fino a quando e a quali costi i suoi interessati sostenitori vorranno tenere coperto e a riparo questo suo micidiale tallone d’Achille? Prende sempre più corpo il timore che il prezzo del mantenimento in sella di questa Commissione sia lo sfaldamento progressivo dell’Unione e la sua lenta regressione a quella zona di libero scambio che è nelle mire esplicite del premier inglese Cameron e in quelle inconfessate di alcune capitali dell’Est, venate di fascismo e gelose di potersi tenere una moneta da svalutare a piacimento secondo convenienza occasionale.
In uno scenario così allarmante sarebbe davvero imperdonabile se, chiamato in causa in prima persona, il nostro premier raccogliesse la sfida accettando di limitarla ai singoli dossier oggi in contestazione fra Bruxelles e Roma. Non che manchino ottimi argomenti caso per caso. Un’acciaieria funzionante a Taranto è un bene per l’Italia ma anche per l’Europa. Né è accettabile che si prendano lezioni su salvataggi bancari di poco conto da chi vi ha impiegato le centinaia di miliardi sotto lo sguardo compiaciuto delle istituzioni comunitarie. Tanto meno si possono subire in silenzio diktat contabili da chi (Germania e Francia) si è preso tutte le licenze possibili quando faceva comodo e poi ha dichiarato chiusa la ricreazione approfittando delle debolezze negoziali altrui. Simili comportamenti mettono in discussione un principio fondante di qualunque Stato federale: la mutualità fra i suoi aderenti.
Ora numerosi commentatori invitano Matteo Renzi a muoversi con cautela ricordandogli quanto sia esposto il nostro Paese sul fronte del debito pubblico. Richiami giusti se il premier avesse in animo solo l’obiettivo di strappare qualche sconto qua e là. Chi crede ancora nell’ideale europeo coltiva l’auspicio che l’iniziativa socialista a Strasburgo non sia il ruggito di un topo e che proprio il nostro governo voglia alzare il tiro delle sue ambizioni politiche risollevando la bandiera dell’Unione dal fango burocratico nel quale la sta lasciando scivolare l’attuale Commissione di Bruxelles.