La grave crisi tra sunniti e sciiti è dovuta anche  al disimpegno americano nella regione. Di cui soprattutto l’Arabia Saudita sente la mancanza

Arabia
Cari Stati Uniti d’America, voi vorreste abbandonare il Medioriente al suo destino perché, raggiunta l’autosufficienza energetica, non avete più bisogno del nostro petrolio. Troppo comodo e troppo facile, il Medioriente vi chiama a svolgere ancora il vostro ruolo di potenza, di gendarmi, pena il disastro della regione che potrebbe travolgere voi e l’Occidente tutto. Firmato: Arabia Saudita. Questo il messaggio, piuttosto esplicito, che Riyad manda a Washington con l’esecuzione di 47 condanne a morte, tra cui quella cruciale dello sceicco sciita Nimr al Nimr, possibile miccia di un conflitto esplicito tra la stessa Arabia Saudita (sunnita) e l’Iran (sciita appunto), cioé le potenze regionali che fanno riferimento a due diverse correnti dell’Islam.

Barack Obama si era illuso, prima di abbandonare un’area non più strategica e concentrare l’attenzione sul Pacifico e sul confronto ora ben più impegnativo con la Cina, di lasciare nel Golfo un seppur precario ordine post-americano, dopo aver agevolato il reinserimento di Teheran nella comunità internazionale grazie all’accordo sul nucleare. Lo schema era piuttosto semplice. Il regime degli ayatollah è indispensabile, hanno ragionato alla Casa Bianca, per contenere l’espansione del nostro nemico numero uno, lo Stato islamico (sunnita), quindi va riabilitato. E pazienza se i nostri alleati storici, Israele e Arabia Saudita, non saranno daccordo. Le ragioni dei nostri attuali interessi ci impongono questa scelta. Un rovesciamento clamoroso di scenario in una regione già fortemente destabilizzata. E senza tenere conto che i vuoti in politica si riempiono. Il Medioriente non ha sufficiente forza per poter camminare sulle proprie gambe. La Russia ha approfittato di una ritrovata autostima e della situazione favorevole per farsi più convintamente protettrice degli ayatollah e dell’asse sciita (Damasco compresa, dunque). Mentre l’inizio di una latitanza degli Stati Uniti ha fatto sentire troppo soli sia Israele che continua a giudicare Teheran il pericolo maggiore per se stesso (molto più del califfo), sia l’Arabia Saudita, non adeguatamente preparata a un confronto interconfessionale con un Paese che potenza potrebbe diventare davvero e che mette radicalmente in discussione la sua legittimità a rappresentare i luoghi sacri dell’Islam.

Fosse poi il solo problema. Lo scambio vantaggioso per entrambi che ha funzionato per mezzo secolo ha oggi molte ragioni in meno di esistere. I sauditi si arricchivano col greggio da esportazione, gli Usa avevano l’energia necessaria per far funzionare la loro famelica macchina economica. Washington si è trovata il petrolio in casa e può voltare le spalle a quella fetta di mondo che le ha provocato troppi guai, soprattutto nel recente passato. La casa regnante dei Saud prima ha cercato di far recedere dai suoi intendimenti il prezioso protettore tenendo basso il prezzo del barile per rendere antieconomico agli americani estrarre il greggio in proprio. Non ha funzionato, tantopiù perché non ha nemmeno l’arma di ricatto di una crisi energetica visto che un Iran messo in condizioni di poter commerciare i suoi prodotti potrebbe arrivare a sfornarne addirittura sei milioni di barile al giorno e supplire a un’eventuale carenza sul mercato mondiale.

Ecco allora il tentativo, invero disperato, di provocare una crisi immediata, di potenziale portata epocale, per costringere gli americani già sull’uscio a tornare precipitosamente indietro e prendersi cura di Paesi troppo sfruttati nel passato per essere abbandonati al proprio destino. E con la minaccia, questa sì solo sottintesa, di un eventuale avvicinamento allo Stato islamico, peraltro in passato foraggiato almeno da una parte della numerosa famiglia regnante, non sempre univoca nella scelta di campo occidentale decisa dai vari re che si sono susseguiti per mere ragioni di opportunismo finanziario e mai sposata nel profondo.

La condanna a morte dello sceicco sciita suona dunque come un ultimatum a Barack Obama. Un’intimazione a scegliere: stai con noi o stai con l’Iran che ti definiva Satana e che faceva parte dell’asse del male? Obama il riluttante vorrebbe non scegliere nessuno. Ma vale la vecchia massima: ti puoi disinteressare del Medioriente, ma prima o poi il Medioriente si interesserà a te.

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