A è la genesi, lo è sempre stata, dietro il nulla, non c'è poesia alle spalle della prima, né tanto meno immensità. Tutto è partito dalla A, che qualcuno ha messo lì per cominciare. Dopo di lei la B e le successive, ma con il solco già segnato, con un da fare assai minore se non quello del significare: la A comunica da sé, è strillo Aaaaaaaa, è decesso Aaaaa, è sorpresa Aaaa, è piacere A. È tutto ciò che le altre non saranno mai, l'inizio, la nascita di ogni discorso, di qualunque raziocinio. Ma quanto tempo passa tra la A e la B? Quanti istanti trascorrono tra una lettera e l'altra? Non può essere immediato il transito, né tantomeno simultaneo, se c'è un primo c'è un secondo e tra i primi e i susseguenti un lasso necessario che non è quello della ciarla. Supponiamo che la A sia stata appoggiata solitaria per un periodo definito unità di tempo. In quel momento, senza B, C e le ulteriori, ci si esprimeva con le urla e con la morte, la sorpresa e il piacere.
Ci s'intendeva con le grida e con la fine, non esisteva una lingua unitaria ma una lettera per tutti: la stessa del pianto e del trapasso, come già scritto «si nasce e muore con una vocale. E si vive con le consonanti quando non c'è dolenza». Ma all'origine solo una lettera era lì a manifestare, la A, unica e incontrastata nell'imbottire deduzioni basilari. Ignoranza in cattedra per mancata conoscenza o per cessata evoluzione. I primitivi furono innocenti, non esisteva l'alfabeto, cosa se ne facevano delle ventuno lettere quando il bisogno era quello alimentare, fisico e di sopraffazione. Non era in auge alcuna forma di linguaggio, ci si capiva a vocali, che la gola emette con sacrificio irrilevante. La consonante, articolata e scoccata dal palato attivo, presuppone apprendimento e posizione della lingua che batte dove poi si va a rappresentare. È impossibile dare una data all'avvento dell'alfabeto basilare, forse con l'inizio del pensiero politico, che in principio era composto dalla sola A.
Ma poteva il dominante esprimersi con la lettera del popolo? Con la stessa sofferenza di chi era sottoposto? Furono allora immessi sul mercato i segni che completavano la chiacchiera, dalla B alle posteriori il fragore fu sostituito dai giudizi. Si sbraitava ancora ma c'era pure la ragione, il motivo poteva essere tracciato dal discorso più o meno organizzato. È ammissibile sospetto che l'avvento delle lettere postume alla A, sia sopraggiunto quando il comando ha rimpiazzato lo spasimo. Immaginiamo un grido per un osso spezzato: lo strepito denuncia l'afflizione, ma poi subentra lo sconforto per non poter raccontare come l'osso si è spaccato. Si poteva gridare ancora, ma sarebbe stato il riflesso di una fitta già enunciata. E quindi occorreva il dialogo, il saper dire, la logica della commiserazione, il senso che scalda il cuore ai deficienti, il pettegolezzo universale che permette di far sapere come l'osso si è svaccato. Sulla scia dello spasmo ormai scolarizzato, il potere di allora ha inventato il proclama, il comizio, il proferire alla folla. Probabilmente non servivano nemmeno tutte e ventuno o ventisei le lettere dell'alfabeto, almeno due tra le cinque vocali andavano destituite dalle tre rimanenti, e un numero cospicuo di consonanti era di troppo.
Se io dico Roberto o dico Riberti sempre nome era, non è che Riberti in assenza di O avrebbe sollevato grattacapi, se la O non c'è se ne può fare a meno: chi ci assicura che i simboli che conosciamo siano gli unici esistiti? Francesco poteva mutare in Francisco se la E veniva fatta fuori, oppure Trancesco se tutte le F fossero state soggiogate dalla T. E nessuno se ne sarebbe lamentato. Ecco allora svelato l'altro inganno: il numero consentito delle lettere a flessione. Chi, dove e come mai s'è arrogato il diritto di stabilire quante dovevano essere? E perché ad altre è stata impedita la dialettica? In un discorso profondo possiamo sostituire tutte le O, le F e le E: «Oggi sono stato al ferramenta: fuori sentivo ridere» diventa «iggi sini stati al tirraminta: tuiri sintivi ridiri».
Quale difficoltà nell'esprimersi in una lingua ancora più sonora con la ripetizione delle vocali a far la melodia? È allora nell'espressione il primo intoppo? La madre delle prevaricazioni? Dov'è chi ha statuito quali ingredienti abbozzano la calunnia programmata? Chi era il prepotente che ha deciso per noi? C'è stato imposto un modello e non ne siamo usciti più. Se parlo senza O divento ignorante oppure dialettale. Se invento un linguaggio, vengo preso in giro da chi non padroneggia neppure quello ufficiale. Dalla A alla Z il dispotismo è stato brutale perché si è decretato quali strumenti fanno l'armonia, parliamo con gli elementi ammuffiti della ciancia, abbiamo la lingua vecchia perché la A è scaduta. Come le altre. Ma intanto fuori c'è il sila chi splinda al posto del sole che splende: decido io chi brilla ancora e non la lingua mamma.
Sempre sole è, pure se è sila, splende lo stesso anche se splinda. La stella fa il lavoro in ogni caso, non si mette in moto secondo la vocale del padrone. A civul dinati nin si guarda in bicca. Cavallo era ridotto già a caval, che vuoi che gliene importi se è civul? Donato se è dinati sempre dà, la bocca quando è bicca bacia ancora. Così sono capaci tutti. Cisì sini capaci tutti. Cisì si ni capacita. Cima quanda fuiri piavi. Fuori piove anche se cima. E basta così. I basta cisì. Lo vedi che cambia tanto poco? Li vada chi cambia tanti paca? Ora et labora. Ira at labira. La panna a bira. Da lì nasce il lamento. Si può scrivere con solo una vocale. Non ho alcun motivo per restare alzato. Nan ha alcan matava par rastara alzata. E nessuno può prescrivere che è meno musicale. L'alfabeto è stato inventato da un farabutto che ha trovato interessanti le vocali rinunciando all'assoluto. O per meglio dire all'assalata. Fatta nan parala. Fitti nin pirili. Fette nen perele. Fotto non porolo. Futtu nun purulu. È tutto migliore di quel che ci è toccato. Adesso vado a letto. Adissi vada a letti, non uno ma tanti. O per meglio dire adassa vada a latta. Eccoci al punto: allatta. Nel gesto primordiale di ogni madre c'è solo una vocale, la prima. Crescendo ci s'illude che più opportunità fanno la storia. Ma a can pacha mazza a ammansa angagna, cha sa accada alla lagganda an pampa magna. E questa è tutta mia.