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Opinioni
luglio, 2021

A lezione di Tik Tok

Dai Måneskin a Khaby Lame, i nuovi idoli dei giovani sembrano nati per non farsi capire dagli adulti. E invece c’è spazio per il dialogo. Ma solo se genitori e docenti sono disposti ad imparare

Maneskin, Awed, Zorzi, Khaby Lame; e poi i vostri figli chiusi per ore in camera con un cellulare a non fare apparentemente alcunché: avvertite il disagio, ma vi dite che è il solito scontro generazionale, da sempre il mondo è diviso in figli che non ubbidiscono e genitori che non capiscono, e sicuramente è banalmente vero, ma ora vi sentite tagliati fuori da quella parte del mondo che conosce siti, personaggi, linguaggi, professioni e divertimenti che voi non avete mai sentito nominare. Il punto principale è costituito dal discrimine tra le parti in competizione: non è più una questione di età, si può essere bollati come vecchi a trent’anni e non rendersi nemmeno conto di far parte degli esclusi, perché i cosiddetti vecchi (si dice ‘boomer’, ma non userò altri termini gergali se non necessari) si contraddistinguono per la passività, non stanno imbracciando alcuna arma.

 

Partiamo dal festival di Sanremo: sul palco irrompe un gruppo che, appena un paio di anni fa, sarebbe stato relegato agli ultimi posti in classifica: ragazzi sconosciuti al grande pubblico, sonorità rock, testo che abbonda di parole volgari, abiti e acconciature che confondono maschile e femminile con disinvoltura e orgoglio; i Maneskin invece trionfano.

 

Si scopre che provengono da un talent e tutto sembra diventare più comprensibile: ‘Amici’, ‘X-Factor’ ci hanno abituati a questi nomi ignoti ai più che conquistano il diritto a partecipare (e ottenere buoni piazzamenti più di una volta) a Sanremo. Non con questo modo di presentarsi, non con questa canzone, però, ma soprattutto non con questa voglia di rivincita. È necessario precisare talune differenze: il gruppo sconosciuto può piacere o no, ma i componenti sanno tenere la scena, hanno un cantante con una voce potente che non si risparmia, sono giovani, ma professionisti; la loro riconferma sulla scena internazionale ci dà la dimensione di un evento che esula dalle logiche italiane che promuovono gli ‘amici’ di De Filippi. Il cantante esprime alcuni dei motivi di quel senso di rivalsa, e sulla sbarra degli imputati, subito condannata dal popolo, è posta la scuola: come può essere tanto miope il docente di Lettere da assegnargli voti insufficienti, ci si chiede sbertucciandolo, non volendo capire che non basta saper scrivere un buon testo per conoscere la materia, si deve studiare la grammatica prima, il contesto letterario dopo, e saperlo padroneggiare. Ma non c’è tempo per analisi: la scuola uccide i talenti, non li comprende.

 

E andiamo all’”Isola dei famosi”, con concorrenti per lo più ignoti, un carrozzone che quando non è volgare è noioso o entrambi. Gli ascolti puniscono la formula stantia: qualche nome di piccola-media notorietà ormai perduta, qualche parente di, qualche sportivo di anni fa, la maggior parte sconosciuta. Vince tale Simone Paciello, Awed il suo pseudonimo, un ragazzo che ha trascorso almeno dieci anni a destreggiarsi sul web, arrivando a raccogliere più di un milione di seguaci: non può definirsi sconosciuto con questi numeri e chiunque abbia un minimo di cervello capisce che a vincere sarà proprio lui, mentre gli spettatori continueranno a giudicarlo un inetto sdraiato come fosse in vacanza, un doppiogiochista spregiudicato e falso, uno scugnizzo nullafacente che si arrangia per sopravvivere. Ma Awed non è questo e non racconta questo, è la chiave per comprendere la generazione presente, e lo si scopre quando afferma che la sua vittoria è in realtà la vittoria del web, personifica il ragazzino che trascorre le sue giornate chiuso in camera con il cellulare eternamente acceso e che finalmente può vedere i suoi genitori dichiarare che ha sempre avuto ragione lui, il suo tempo non è stato sprecato, la società è cambiata e lui l’ha capito prima di tutti. La famiglia fa mea culpa pubblico e gli riconosce il ruolo di maestro di vita.

 

Chi si stupisce della sua vittoria non sa che la fruizione dei programmi televisivi ormai avviene attraverso brevi riassunti (‘reaction’) di una decina di minuti che raccontano, principalmente per immagini, i momenti più importanti senza alcuna obiettività, quindi non si alza l’ascolto ma vince il proprio beniamino qualsiasi cosa faccia. Awed esorta a credere nei propri sogni, non racconta delle difficoltà a trovare ogni giorno contenuti interessanti, né del lavoro che c’è dietro quei quindici minuti editi, anche fino a dieci ore, e chi non si è cimentato può credere che basti filmare qualcosa per diventare delle celebrità.

 

Chi prova a emularlo lo sa, abbassa la soglia delle proprie aspettative e spera, con minor fatica, di diventare un Awed ridotto. Come lui, ragazzini in tutta Italia girano video e si ritraggono in azioni che hanno il solo fine di piacere e far guadagnare seguaci (tagliarsi i capelli a zero, filmare amici, fidanzati, compagni sono alcuni piccoli esempi); ma non è più la popolarità lo scopo finale: le aziende investono sui piccoli imprenditori di sé stessi, li pagano con prodotti ma anche, ed è questo il passaggio fondamentale, con denaro vero.

 

Come può un genitore cercare di imporre lo studio se suo figlio può guadagnare in un giorno l‘equivalente del proprio stipendio mensile? Poco importa se non sa formulare una frase di senso compiuto in italiano, ripete “adoro”, “amo” (vezzeggiativo di ‘amore’), non sa chi sia Garibaldi; poco importa giacché sono gli stessi genitori che ormai scrivono non molto diversamente dai figli e riescono a parlare anche peggio.

 

Sono proprio le famiglie a supportare le attività dei figli, asserviti al sogno della popolarità e del soldo facili, pur non riuscendo a penetrare nel mondo dei navigatori del web professionisti, essendo privi delle necessarie competenze e persino della curiosità. Intanto, s’impongono nuovi modi e mode: il trucco e la gonna (ancora poco usata nella realtà quotidiana, ma ormai entrata negli armadi) per maschi, l’uso del femminile per personaggi omosessuali, la fluidità di genere (e di orientamento sessuale), la scomparsa di destra e sinistra con preferenze politiche fluttuanti e senza il minimo riferimento storico.

 

Questo è probabilmente il panorama che più preoccupa i vecchi, che vorrebbero essere rassicurati dalla distanza tra mondo reale e quello dello spettacolo. La rassicurazione, però, è di lieve entità e talvolta ingigantisce gli incubi: Malgioglio può permettersi lo smalto e i vestiti eccentrici, il ragazzino che frequenta una reale scuola in una città realissima sarà sbeffeggiato, bullizzato, vittima di aggressioni. Tommaso Zorzi, vincitore del ‘Grande Fratello Vip’, fa breccia negli animi di chi lo segue per i torti subiti a causa della sua omosessualità e la forza con cui si batte perché tali violenze cessino. Non nasconde le sue fragilità, ne fa anzi un’arma in più per vincere sui pregiudizi, e viene premiato. Dalla tv. Il passo seguente è partecipare da opinionista a “L’Isola dei famosi” e condurre un suo programma, pochissimo seguito e moltissimo criticato; si è presentato adesso come il personaggio televisivo che probabilmente avrebbe voluto essere, ma risulta arrogante, impreparato, inutilmente aggressivo, cinico e insensibile.

 

Avrebbe dovuto prendersi tempo, ma è proprio questo il problema: se non si esiste sui social ogni giorno, si viene dimenticati. Sembra che i personaggi presi dal web debbano tutti pagare questo pedaggio: è la tv che può consacrarli, quella che li sceglie, il loro compito è asservirsi alle sue leggi, convinti di poter usare il mezzo, ma dal mezzo usati e presto sostituiti. Ma i ragazzi, quelli della realtà quotidiana, quelli che frequentano le aule reali, che litigano con i genitori perché è stata loro promessa la stessa sorte di Awed, loro che faranno? E i vecchi? E la scuola? Premettendo che questa apertura, questo cambiamento in programmi che neanche i vecchi si fanno più bastare sono, almeno da me, considerati salutari e benvenuti, sarebbe auspicabile che i genitori non cadessero nella trappola, tesa anche alla scuola, di permettere che i propri figli crescano senza una seria preparazione culturale e umana, uscendo dall’abbaglio che fa della scuola la preparazione per il mondo del lavoro e che si deve studiare soltanto ciò che è utile: l’educazione investe tutto l’individuo, lo rende capace di ragionare, confrontarsi, sapersi esprimere, non essere una macchina per pollici su o un mero accumulatore di denaro.

 

L’autorevolezza persa può ancora essere riconquistata, lasciando spazio al confronto e non ponendo una lezione sullo stesso livello di un video su youtube, ché sono linguaggi diversi con finalità diverse. D’altra parte, i giovani dovrebbero sforzarsi di concepire l’altra parte del mondo che sentono antagonista meno stupido di quanto credano, perché qualsiasi vecchio, se solo vuole, può facilmente penetrare nelle profondità inesplorate di influencer, canali, reaction, ‘raghi’, ‘amo’ e ‘adoro’.

 

Naturalmente la forbice continuerà ad allargarsi, invece, giovani e vecchi si arroccheranno nei loro fortini, convinti di detenere verità assolute, la strada del giusto mezzo non verrà percorsa e ci dorremo del presente iniquo. Facile profezia giacché non leggo che lamenti e accuse laddove ci vorrebbero analisi, assenti forse perché l’argomento è serio e profondo, almeno quanto l’ignoranza che appartiene ai genitori che la lasciano in eredità ai figli, mai il contrario. O, forse, c’è di nuovo che questo cambiamento interessa principalmente i maschi e la nostra società ha dato fondo a tutte le sue energie scandagliando ogni piega del mondo femminile, con il maschio che esita a parlare delle sue debolezze.

 

E ci sarebbe il mondo della sessualità filtrata dalla pornografia almeno da affrontare con serietà se teniamo a un equilibrio mentale dei ragazzi. Ma finché la vita della donna rimarrà sottomessa a una visione paternalista, tra violenze e sopraffazioni, non si potrà distogliere l’attenzione dal problema più drammatico e urgente. Intanto, sarebbe già importante se qualcuno si interessasse dello scontro in atto e che sta già mostrando la distanza tra i due mondi che non vuole essere colmata: la notizia che Khaby Lame ha spodestato Chiara Ferragni dall’empireo degli influencer su Tik Tok prima, su Instagram poi, ha fatto indirizzare insulti di una violenza spropositata all’indirizzo del giovane e i suoi seguaci. I suoi video non vengono capiti, forse anche perché muti, il miglior modo per essere esportati ovunque, in realtà.

 

All’origine c’è un canale seguitissimo su Youtube, “5 minutes crafts”, con versioni tradotte nei principali Paesi del mondo, dove vengono mostrate soluzioni, a loro dire, creative per qualsiasi occasione e oggetto, immaginabile e no. Sono, però, espedienti macchinosi o inutili o ingannevoli nelle dimostrazioni o controproducenti, così molti ragazzi hanno iniziato a dimostrare la loro fallacia; Khaby supera tale fase con una satira pungente: ogni oggetto, ogni situazione hanno un preciso scopo e la semplicità di questo assunto è alla portata di tutti, senza bisogno di commentare, perché l’originalità a ogni costo finisce per causare più problemi che soluzioni. Per chi si pone dinanzi a un video del ragazzo senza conoscere l’antefatto risulta incomprensibile il suo successo ma è ciò che avviene da sempre con la satira. Eppure, molti ex boomer hanno aperto la loro mente e perfino il proprio canale, trovando il modo per parlare con i ragazzi e avere un’altra fonte di guadagno: è una così cattiva idea?

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