Pubblicità
Opinioni
gennaio, 2022

"Presidente non si stanchi mai di difendere la dignità e prestare voce a chi non ne ha”

“È il valore madre della Costituzione. E oggi le violazioni sono ancora molte: abusi, violenze, lavori umilianti, criminalità, femminicidi e poi i gesti e le parole ostili contro gli immigrati, i disabili, contro chi è diverso”. La lettera dallo speciale dell’Espresso

Caro Presidente, attraverso tre parole cerco di esprimerle l’augurio e le attese per il suo prossimo mandato.

 

Anzitutto la parola dignità. Non si stanchi di difenderla e di amarla, è il valore madre della nostra Costituzione definita dai princìpi dei primi dodici articoli come «inviolabile». Il potere politico è chiamato a custodirla, lo Stato a servirla, il Presidente a difenderla. Il servizio più nobile di un Presidente in una democrazia è prestare la voce a chi non ce l’ha, incluso i non-cittadini. Le violazioni della dignità sono ancora molte: abusi, violenze, lavori umilianti, criminalità, femminicidi, cyberbullismo e poi i gesti e le parole ostili contro gli immigrati, i poveri, le donne, i disabili, contro chi è diverso. Ce lo ricordi: chi nega i diritti degli altri, prima o poi finisce per perderli anche lui. Lo ricordava ai suoi allievi Kant: «Ci sono cose che hanno un prezzo, altre che hanno una dignità». Me lo insegnano i miei studenti che provengono da Paesi in guerra. Per l’umanesimo italiano la dignità non è «qualcosa» che ha un prezzo, ma è «qualcuno» che ha valore e merita rispetto.

 

La seconda parola è «riforme». Per farle occorre un direttore d’orchestra come Pappano al Parco della Musica o Muti alla Scala, altrimenti rimangono tanti primi violini che suonano tutti con tonalità diverse. L’idea di Nazione, il ruolo del Parlamento, gli organi di garanzia, la pubblica amministrazione, i partiti e la concezione del lavoro fordista sono implosi come i ponti quando mancano di manutenzione. La democrazia liberale sta lasciando posto ad altre forme democratiche che includono la Rete. Per giungere alla riva della transizione ecologica e digitale serve una voce mite, enzima delle riforme. L’atleta guarda all’allenatore, l’allievo al maestro, il credente al proprio leader religioso. Ma tutti guardano al Presidente come «capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale». In un Paese anziano e sterile di figli, le riforme si potranno fondare solo su una laicità che non sottragga le identità – per esempio augurarsi buon Natale – e includa le diversità culturali.

 

La terza parola è «resilienza», la capacità di resistere agli urti della storia. I giovani che accompagno mi hanno chiesto di suggerirgliela. È la condizione per garantire sostenibilità e circolarità dei processi produttivi, interdipendenza e connessioni sociali. I giovani cercano un Presidente testimone di «alleanza» per superare le dicotomie del Novecento tra imprenditori e lavoratori, parti sociali e governo, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non credenti.

 

Per i suoi predecessori l’azione politica è stata un’esperienza di prossimità, nell’al-di-là del proprio orizzonte personale. Lo spirito costituente è stato resiliente ma per rigenerarlo nel nuovo spazio geopolitico occorre nutrirlo di una presidenza che garantisca i vaccini della fraternità e dell’amicizia sociale come chiede Francesco.

Vivrà nel palazzo del Quirinale abitato nella sua storia da 30 papi, quattro re e da 12 presidenti della Repubblica. Mi rimane di augurarle ciò che i gesuiti insegnano ai leaders politici che accompagnano lungo la storia, essere contemplativus in actione, in cui l’azione fluisce dalla contemplazione che capovolge il potere in servizio.

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità