Caro Presidente, attraverso tre parole cerco di esprimerle l’augurio e le attese per il suo prossimo mandato.
Anzitutto la parola dignità. Non si stanchi di difenderla e di amarla, è il valore madre della nostra Costituzione definita dai princìpi dei primi dodici articoli come «inviolabile». Il potere politico è chiamato a custodirla, lo Stato a servirla, il Presidente a difenderla. Il servizio più nobile di un Presidente in una democrazia è prestare la voce a chi non ce l’ha, incluso i non-cittadini. Le violazioni della dignità sono ancora molte: abusi, violenze, lavori umilianti, criminalità, femminicidi, cyberbullismo e poi i gesti e le parole ostili contro gli immigrati, i poveri, le donne, i disabili, contro chi è diverso. Ce lo ricordi: chi nega i diritti degli altri, prima o poi finisce per perderli anche lui. Lo ricordava ai suoi allievi Kant: «Ci sono cose che hanno un prezzo, altre che hanno una dignità». Me lo insegnano i miei studenti che provengono da Paesi in guerra. Per l’umanesimo italiano la dignità non è «qualcosa» che ha un prezzo, ma è «qualcuno» che ha valore e merita rispetto.
La seconda parola è «riforme». Per farle occorre un direttore d’orchestra come Pappano al Parco della Musica o Muti alla Scala, altrimenti rimangono tanti primi violini che suonano tutti con tonalità diverse. L’idea di Nazione, il ruolo del Parlamento, gli organi di garanzia, la pubblica amministrazione, i partiti e la concezione del lavoro fordista sono implosi come i ponti quando mancano di manutenzione. La democrazia liberale sta lasciando posto ad altre forme democratiche che includono la Rete. Per giungere alla riva della transizione ecologica e digitale serve una voce mite, enzima delle riforme. L’atleta guarda all’allenatore, l’allievo al maestro, il credente al proprio leader religioso. Ma tutti guardano al Presidente come «capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale». In un Paese anziano e sterile di figli, le riforme si potranno fondare solo su una laicità che non sottragga le identità – per esempio augurarsi buon Natale – e includa le diversità culturali.
La terza parola è «resilienza», la capacità di resistere agli urti della storia. I giovani che accompagno mi hanno chiesto di suggerirgliela. È la condizione per garantire sostenibilità e circolarità dei processi produttivi, interdipendenza e connessioni sociali. I giovani cercano un Presidente testimone di «alleanza» per superare le dicotomie del Novecento tra imprenditori e lavoratori, parti sociali e governo, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non credenti.
Per i suoi predecessori l’azione politica è stata un’esperienza di prossimità, nell’al-di-là del proprio orizzonte personale. Lo spirito costituente è stato resiliente ma per rigenerarlo nel nuovo spazio geopolitico occorre nutrirlo di una presidenza che garantisca i vaccini della fraternità e dell’amicizia sociale come chiede Francesco.
Vivrà nel palazzo del Quirinale abitato nella sua storia da 30 papi, quattro re e da 12 presidenti della Repubblica. Mi rimane di augurarle ciò che i gesuiti insegnano ai leaders politici che accompagnano lungo la storia, essere contemplativus in actione, in cui l’azione fluisce dalla contemplazione che capovolge il potere in servizio.