L'intervento

L’Europa e il Golfo per la pace

di Francesco Fimmanò   19 novembre 2023

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Si può storcere il naso a proposito delle monarchie arabe o su alcune relazioni statunitensi. Ma in un mondo imperfetto bisogna scegliere il male minore

L’offensiva di Israele che sta provocando migliaia di vittime innocenti e un’atroce sofferenza a un intero popolo purtroppo è esattamente quello che il gruppo terroristico Hamas voleva. Le autorità israeliane insistono nel ribadire che il loro obiettivo non è uccidere civili ma eliminare i terroristi di Hamas che si rifugiano nei tunnel sotterranei di Gaza, ma purtroppo, al di là delle intenzioni, il risultato finale non cambia ed è sotto gli occhi di tutti.

 

Ancora peggiore è il gioco a individuare buoni e cattivi e accaparrarsi la patente di chi sta con i primi, attività del tutto inutile visto che comunque non è funzionale a risolvere la tragedia umana in atto.

 

Lo slogan che si sente ovunque è che, una volta finito il conflitto, occorre tornare ai negoziati, a una soluzione politica, e in particolare alla creazione di due Stati. Frasi più o meno simili si sentono da decenni ogni volta che le tensioni sfociano in una guerra ormai «infinita».

 

Peraltro quest’anno ricorreva il 30° anniversario della firma degli accordi di Oslo, che apparvero il punto di svolta nella ricerca della pace. Per l’attuazione degli accordi fu stabilito un periodo transitorio di cinque anni in cui Israele avrebbe dovuto ritirare le forze armate dal territorio dei palestinesi e questi ultimi avrebbero ottenuto l’autogoverno su parti della Cisgiordania (esclusi gli insediamenti abusivi) e della Striscia di Gaza.

 

Purtroppo il 4 novembre del 1995, Yitzhak Rabin mentre lasciava una manifestazione a sostegno della pace a Tel Aviv fu ucciso da un ultranazionalista israeliano. In realtà lo statista era diventato il bersaglio degli estremisti ed alcuni avevano già prima persino proclamato un din rodef, una sorta di autorizzazione a eliminarlo nella legge ebraica tradizionale. Dopo l’attentato omicida, furono fissate nuove elezioni il cui risultato sembrava scontato a favore di Shimon Peres, che aveva preso il posto di Rabin. Ma, nelle settimane successive, Hamas, impegnata come adesso a far fallire ogni possibilità di pace, realizzò una serie di attacchi terroristici che spostarono drammaticamente l’opinione pubblica verso il Likud che sei mesi dopo l’assassinio vinse le elezioni con le relative conseguenze. Il processo di pace sembrò riaprirsi solo quando il Partito Laburista tornò al potere con il vertice di Camp David del 2000 ed il sostegno dell’amministrazione Clinton. Ma anche quel tentativo fallì facendo scoppiare un’altra grande rivolta palestinese nota come la seconda Intifada.

 

L’ultranazionalista Sharon vinse le elezioni l’anno successivo e i disordini con migliaia di morti furono l’ennesima scusa dei contendenti per bloccare qualsiasi negoziato. Da allora le relazioni si sono ulteriormente deteriorate, soprattutto dopo l’elezione di Hamas nel 2005 e nel 2006 ed il piano di disimpegno di Israele, con il quale ha smantellato unilateralmente gli insediamenti all’interno della Striscia di Gaza che da quel momento in poi è apparsa come un territorio nemico.

 

Abbiamo insomma vissuto e viviamo una lunga era in cui gli estremisti delle due parti, quasi alleati tra loro, hanno fatto in modo di prevalere nel momento decisivo sulle istanze della maggioranza dei cittadini (ivi compresi i cristiani) che avrebbero solo voluto vivere in pace con le proprie famiglie.

 

Il vero motivo che ha infatti spinto Hamas a scatenare il terribile attacco di ottobre (cinquant’anni dopo quello dello Yom Kippur) è infatti meramente politico: bloccare il processo di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico e diversi Paesi arabi noto come Accordi di Abramo. È quello oggi il vero punto nodale della vicenda, il pericolo principale per gli estremisti. Il Medio Oriente è infatti il principale banco di prova di un nuovo ordine mondiale in cui può emergere nella comunità internazionale chi sia in grado di ricostruire le condizioni per la pace, cominciando con l’affermare i principi della Carta delle Nazioni Unite che impongono la via diplomatica per la risoluzione delle controversie internazionali.

 

L’Unione europea può questa volta divenire l’attore principale della convergenza anche perché Israele è stato definito un Paese dell’Europa, ma fuori dall’Europa, anche da un punto di vista politico e culturale. Ma per agire in concreto con una iniziativa diplomatica unitaria e non frammentaria i Paesi europei devono recuperare terzietà e sentirsi meno influenzati da dinamiche relazionali, ciò a cominciare dalla Germania che è troppo condizionata dalle responsabilità storiche dell’Olocausto. D’altra parte, l’unica stagione in cui l’Europa si è ritrovata unita e compatta è stata proprio quella degli accordi di Oslo. La vecchia Comunità a Nove, in realtà, aveva persino anticipato quegli sviluppi con la dichiarazione di Venezia del 1980 che aveva riconosciuto il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e quello di Israele all’esistenza e alla sicurezza. Stavolta l’iniziativa deve passare attraverso il rapporto con i Paesi arabi, specie con quelli del Golfo, che dispongono di tutte le risorse (e hanno tutti gli interessi economici) per stabilizzare una regione in cui, finora, hanno spesso svolto un ruolo destabilizzante. Certo si può storcere il naso a proposito delle monarchie del Golfo oppure su alcune dinamiche relazionali statunitensi, come si può storcere il naso su tutto ed il contrario di tutto. Ma in un mondo imperfetto bisogna scegliere il male minore e la guerra è sempre e comunque il male peggiore.