Nel 2016, lungo il confine che divide Macedonia del Nord e Serbia, transitavano gruppi di persone che arrivavano dalla Turchia. Una donna anziana camminava sorreggendo faticosamente una coperta bianca, trascinandosi sulla neve mescolata al fango. La donna fa cenno al fotografo di avvicinarsi, allarga la coperta e gli mostra il contenuto: era un neonato, suo nipote. Glielo porge e il fotografo abbassa la macchina fotografica, la segue per qualche metro, con il neonato in braccio. In quel momento ha su di sé un peso. È il peso di chi cammina ore cercando di salvare non solo se stesso, attraverso il freddo, i pericoli, il buio, ma anche un’altra vita che ha fiducia in lui.
Francesco Malavolta è da oltre venti anni un foto-giornalista italiano impegnato nella documentazione dei flussi migratori. È grazie ai professionisti come lui che conosciamo le storie degli altri, che conosciamo gran parte della verità, che si abbattono i muri, che siamo motivati a salvare e accogliere, a non voltarci dall’altra parte. Ogni scatto è una denuncia.
Ha iniziato a venti anni, negli anni Novanta, mentre passeggiando nei pressi del porto di Brindisi si trovò davanti a una barca che trasportava persone in fuga dall’Albania. C’è un momento in cui il peso della sofferenza degli altri e l’incontro con la morte, perfino con il suo odore, diventa necessità di racconto.
Bambini morti fra le braccia di genitori inconsolabili, famiglie smarrite che non hanno più niente a cui aggrapparsi, bare allineate, come quelle in cui sono state disposte trecentosessantotto persone migranti, a causa di un naufragio a pochi metri dell’isola di Lampedusa, il 3 ottobre 2013. Morti di fame, di freddo. Sono storie di fughe per amore, piene di resistenza che la maggior parte di noi pensa di conoscere perché guarda distrattamente una fotografia, l’ennesimo racconto di uno sbarco o perché ascolta un dibattito in televisione. Poi dimenticano, quasi tutti.
«Gran parte delle storie che racconto sono di dolore. Quelle peggiori sono quelle che non vedrete mai, perché risucchiate dagli abissi dei mari o quelle delle bare in cui vengono riposti i neonati che non sono riusciti a sopravvivere alle traversate. Io non mi abituo, ogni storia è diversa dall’altra anche se sembrano tutte uguali perché non vogliono conoscere le loro storie e i loro nomi. Gli scatti più potenti, per me, sono quelli in cui ritrovi vivi i bambini. Sono poi la cosa più incredibile dei miracoli: accadono».
Francesco, come tanti reporter che documentano gli orrori dei conflitti, ha la consapevolezza di aver scelto un mestiere rischioso. Marie Colvin, corrispondente di guerra uccisa in Siria nel 2012, diceva che scrivere dal fronte non fosse una professione, ma la vita stessa e una missione: dire la verità ai potenti.
«Non posso dimenticare quando in Burkina Faso, in una miniera informale di ricercatori d’oro, mi chiesero se volevo scendere nel buco largo meno di 50 centimetri e profondo come un palazzo di 20 metri, realizzato con dell’esplosivo. Sono riuscito a fotografare quei bambini in pochissimi centimetri con gli occhi e i polmoni pieni di polvere che tagliavano pezzi di roccia con probabile oro, oro sporco di sangue». Soltanto spingendosi oltre, soltanto diventando testimoni senza pregiudizi, si restituiscono pezzetti di diritti sottratti agli umani.