l Ddl “sicurezza” 1660 non denota semplicemente l’inasprirsi delle pene e l’ulteriore criminalizzazione del dissenso «ma un vero e proprio cambio di paradigma: la repressione diventa, con questo disegno di legge, una forma di governo», argomenta l’ex magistrato Livio Pepino del Controsservatorio Valsusa. «E, in un certo senso – spiega Pepino in una formazione sul tema – senza che il momento storico lo richieda davvero» con riferimento esplicito ai movimenti degli anni Settanta.
Per comprendere questo passaggio è utile osservare quello che, negli ultimi trent’anni, è stato il principale laboratorio repressivo dello Stato italiano: il movimento No Tav. La Val di Susa ha visto la più aspra storia repressiva della Repubblica così come la manipolazione politica della stampa e dei processi. La criminalizzazione del dissenso e della resistenza popolare a un’opera ecocida e, nel frattempo, più che desueta è il punto d’osservazione privilegiato per comprendere alcuni meccanismi che tornano ora utili. Per esempio già nell’uso e abuso dello strumento del foglio di via abbiamo un assaggio della mancata divisione tra law and order e l’anticipazione di quello che ora possiamo chiamare, senza troppo indugi, Stato di polizia. Un foglio di via afferma l’incompatibilità di una persona con il territorio e gli impedisce, rispetto ai casi, di sostare o attraversare un certo luogo. Se si viola il foglio, parte un procedimento di natura penale che si può concludere con la pena detentiva o sanzione amministrativa e quindi con delle multe anche di migliaia di euro. Il foglio è a discrezione dell’autorità di polizia e non dei magistrati alla fine di un processo; è quindi uno strumento repressivo giuridico ed economico che ha lo scopo di impoverire, disgregare e sdradicare i cittadini attivi dalle proprie comunità.
Un altro esempio anticipatorio del corrente momento repressivo lo troviamo nella gestione militarizzata della Val di Susa. «Lo Stato può sempre dire che un territorio è strategico: è un termine che si usa per coprire un vuoto», mi dice un’attivista del movimento No Tav: «È un linguaggio militare: ti dicono che andare in trincea è strategico così muori senza chiedere perché».
Quando si contesta un’opera (dopo che si è stati sistematicamente esclusi dai processi decisionali) quel territorio diventa «di interesse strategico nazionale» e questo permette di piegare la legge, di controllare i tempi e renderli «emergenziali» e «sensibili». Ecco che i cantieri si trasformano in fortini militari da presidiare con esercito e polizia: un colossale apparato di controllo del territorio per sorvegliare il nulla. «Il Tav continua a restare principalmente un progetto sulla carta – dice Alberto Poggio, tecnico del Controsservatorio – In oltre trent’anni nemmeno un metro di nuova ferrovia è stata realizzato; questo rende ulteriormente odiosa, oltre che inutile, la repressione».
Progetti come il Tav sono un banchetto per speculazioni e mafie e forse non è casuale la concomitanza tra il grande ritorno del Ponte sullo stretto e il Ddl 1660; vista l’aggravante per la contestazione alle grandi opere. La gestione del dissenso in Val di Susa è sempre stata da monito a chi contesta e ora prende forma nazionale in questo disegno. Con il Ddl 1660 lo Stato reitera la dimensione classista dell’apparato punitivo come macchina di gestione della marginalità criminalizzando ogni forma di dissenso, di autodeterminazione e di lotta per una vita dignitosa.