Opinioni
10 ottobre, 2025Non c’era altro modo se non la Flottilla per dire che non ci sono aiuti fuori dal controllo israeliano
La selva di accuse indimostrate sulla presunta regia di Hamas dietro la Global Sumud Flottilla, messa in circolo ad arte nel cortile dell’informazione e rilanciata dai piani alti governativi, aveva un obiettivo: screditare un movimento che per dimensioni, composizione e caratteristiche è un inedito, se si guarda al recente passato.
La disinformazione tradisce la paura di chi conta aritmeticamente i numeri delle piazze. E ne ricava il terrore della perdita di consenso. Ma molta gente nei cortei non equivale a molti voti in più per i partiti vicini alla causa. Dunque, quegli stessi numeri non possono autorizzare entusiasmi eccessivi sul fronte opposto.
Queste piazze dicono che esiste un agire politico che non si misura in seggi o percentuali. Sfuggono, nel senso che prescindono, dall’algebra elettorale e casomai dovrebbero indurre a qualche riflessione sul perché non si riesca a trasferire un tale tasso di partecipazione democratica agli appuntamenti con le urne. Almeno nel nostro Paese.
Donne e uomini, giovani e meno giovani, studenti, insegnanti, sacerdoti, disoccupati, operai. Forse avranno anche un sentire di sinistra, ma non catalizzano il loro impegno nelle istituzioni partitiche che probabilmente devono sembrargli decrepite. E forse, in larga parte, sono pure nel partito del non voto. Ma esistono e si fanno ascoltare quando viene conculcato il loro diritto a contare, a dire e a fare qualcosa per provare a salvare anche solo una vita tra le migliaia e migliaia perdute nel sistematico sterminio di Gaza.
La ribellione, la forza, a tratti anche la rabbia cieca, isolata, ma amplificata dai detrattori, è stata la reazione lucida contro quanti hanno inteso mettere in discussione la possibilità del singolo di incidere di fronte a una tragedia immane. Senza mediazioni, aggrappandosi quasi per necessità a un simbolo, quello della Flottilla, che per le caratteristiche con cui è stato utilizzato ha finito per non essere più neppure tale.
La partecipazione internazionale diffusa alla missione ha fatto sì che ciascuno, in prima persona, potesse immaginare di mettere un piede o anche solo un farmaco, un alimento, su quelle barche. Dare aiuto. Perché non è vero, come ha ripetuto la premier, che c’erano altri modi per intervenire direttamente, senza passare per il governo israeliano. E, se esistevano, nessuno li ha visti. L’inazione è stata la cifra della politica, quanto la morte è stata ridotta a computo aritmetico astratto dalla carne viva dei Gazawi, dallo scempio dei corpi dei bambini.
Intorno all’organizzazione della missione, oltre il mondo dell’antagonismo, è cresciuta in silenzio, fuori dai circuiti ufficiali della comunicazione, non vista dai media, ignorata dalla politica, una mobilitazione popolare che ha coinvolto migliaia di persone. Così, su quelle barche c’era qualcuno che la gente poi scesa in piazza, idealmente o concretamente, conosceva, con cui condivideva un sentimento di umana solidarietà. E così nei porti e nei magazzini, dove un fiume di persone ha speso tempo ed energie per contribuire al viaggio.
Aderendo anche al suo significato politico: dimostrare che l’umanità ha smarrito il proprio senso ai confini del Mediterraneo, che l’élite al potere in Israele ha agito nella più totale impunità, calpestando ogni regola di diritto internazionale. Che l’orrore del 7 ottobre è diventato l’alibi per spacciare un genocidio per legittima difesa. Che la pace non è uno slogan, né la somma di negoziati al ribasso, ma il risultato del primato delle regole sull’arbitrio.
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