Opinioni
29 agosto, 2025I repubblicani esultano per i risultati della misura. Ma i numeri raccontano una realtà ben diversa
Scrivo queste righe senza ancora sapere come andrà a finire la negoziazione tra Usa e Ue sui dazi. Ma, comunque vada, è chiaro che i dazi imposti da Trump sull’Europa non saranno irrilevanti, come del resto sta avvenendo anche per quelli imposti sulle importazioni americane dal resto del mondo. Non dobbiamo sorprenderci più di tanto, visto che l’introduzione dei dazi era stata uno dei temi principali della campagna elettorale trumpiana. Quello che sorprende è invece come la narrativa che viene seguita dall’amministrazione Trump sia palesemente incoerente per chiunque capisca qualcosa di economia. A dire il vero credo che l’amministrazione americana sappia benissimo come stanno le cose. Casomai il problema è che l’opinione pubblica americana, e in parte mondiale, sembra pronta a bersi qualunque verità venga loro propinata.
Vediamo perché.
Gli andamenti nei primi mesi di quest’anno suggeriscono che le maggiori entrate del Tesoro americano derivanti dai dazi ammontino a circa 300 miliardi di dollari su base annua (l’1 per cento del Pil americano), una cifra non trascurabile anche se lontana da quella necessaria per risolvere il problema dei conti pubblici di Washington. Come commenta Trump questa notizia? «Miliardi di dollari in dazi stanno affluendo negli Stati Uniti», ha scritto su Truth. Eppure, tutta l’evidenza empirica disponibile sull’effetto dei dazi introdotti in passato dagli Stati Uniti mostra che questi hanno portato a un aumento del prezzo dei prodotti importati e che, quindi, sono stati pagati in prima battuta dalle imprese importatrici americane, per poi essere riversati gradualmente su famiglie e imprese d’oltre Atlantico. Insomma, i dazi non portano miliardi di dollari verso gli Stati Uniti: sono gli americani a pagarli. Una precisazione: i citati studi empirici concludono che ci vuole un po’ di tempo perché gli importatori trasferiscano sui consumatori gli aumenti dei prezzi delle importazioni; inizialmente i maggiori prezzi sono assorbiti da riduzioni dei loro margini di profitto. Questo spiega perché l’indice dei prezzi al consumo non sembra aver ancora registrato l’aumento che ci si sarebbe aspettato per effetto dei dazi introdotti finora. Quello che però già osserviamo è invece un aumento dei prezzi all’ingrosso (che riflette più direttamente i prezzi all’importazione), con il relativo indice aumentato di quasi un punto percentuale nello scorso luglio.
In ogni caso, se i soldi arrivano al Tesoro, allora vuol dire che gli americani continuano a importare quantità significative di beni prodotti all’estero. Non si capiscono allora le grida di gioia provenienti da altri esponenti dell’amministrazione Trump. Il Segretario del Tesoro Bessent, per esempio, ha commentato «Siamo in un periodo di rinascita manifatturiera. Stanno ritornando migliaia di miliardi di attività e ne vedremo il risultato nei prossimi due anni…». Molto strano: o si gioisce perché le entrate del Tesoro aumentano, il che vuol dire che le importazioni continuano, o perché gli americani importano di meno e producono di più negli Stati Uniti. Gioire per entrambe le cose è incoerente. Ma sono i miracoli della moderna comunicazione. Conta di più come si presenta una certa narrativa della sostanza della narrativa stessa. Almeno è così per un po’. Continuo, forse ingenuamente, a sperare che, alla lunga, la verità venga a galla, anche nel XXI secolo.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Il mistero del tempo - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 29 agosto, è disponibile in edicola e in app