Opinioni
30 agosto, 2025L’asse vitale tra esercito e governo di Tel Aviv messo in discussione dagli eccessi di Netanyahu
La spaventosa metamorfosi di alcune democrazie in regimi sempre più simili ad autocrazie. Succede nell’America trumpista. Avviene in Israele, trasfigurato da un governo di estrema destra che vuole la deportazione di massa dei palestinesi e cavalca l’emergenza bellica per sgretolare lo Stato di diritto e disarticolare i contrappesi costituzionali e le libertà.
Sono i fascismi postmoderni, e per quanto il cuore soffra nel vergare queste parole con riferimento a quei due Paesi, non ce ne sono altre per descrivere con esattezza quanto sta accadendo. Leggere, per credere, lo scrittore Etgar Keret che ha dichiarato di recente: «Quando questa guerra senza scopo finirà il sistema democratico non ci sarà più, e avrà vinto il totalitarismo», mentre altri intellettuali hanno descritto Gaza come “il Vietnam israeliano” che corrompe e consuma la fibra morale nazionale.
La vita pubblica del Paese che costituiva la sola democrazia liberale del Medio Oriente conosce, ogni giorno di più, un’escalation incontrollabile che l’ha messa sotto l’ipoteca dell’ideologia messianica e suprematista dei partiti ultraortodossi saldatisi con i circoli del neoconservatorismo di cui Israele ha rappresentato in questi decenni il vero laboratorio politico-culturale in grado di influenzare anche gli Usa. E, così, dobbiamo assistere al video propagandistico con le provocazioni del ministro Itamar Ben-Gvir nei confronti del leader palestinese detenuto Marwan Barghouti.
E, alla fine, anche il capo di Stato maggiore delle Israel defense forces, Eyal Zamir, ha fatto marcia indietro – un’autentica ritirata – sottoscrivendo le linee del piano operativo di invasione di Gaza City stabilite dall’esecutivo, dove gli uomini forti del nazionalismo religioso erano giunti a invocare le sue dimissioni. E la conferma definitiva dello sfaldamento del progetto del sionismo democratico arriva appunto dalle tensioni fra il cinico e irresponsabile governo Netanyahu e le forze armate, in un Paese che, da sempre (per ragioni davvero esistenziali), ha intrattenuto una relazione simbiotica con il proprio esercito, che è “di élite”, ma anche “di popolo”.
Questo rapporto indissolubile ha accompagnato in maniera strutturale la storia dello Stato ebraico, dagli attentati delle brigate indipendentiste dell’Haganah e dell’Irgun durante il Mandato britannico (che diverranno il nucleo fondativo di Tsahal) fino alla natura di hub del militarismo high tech contemporaneo derivante dalle caratteristiche diffuse di “Startup Nation”. Al punto che le forze armate annoverano accademici e studiosi organici come quelli che hanno edificato la narrativa dell’“esercito più etico al mondo” ed elaborato la “dottrina morale degli omicidi mirati”, a partire dal filosofo Asa Kasher, estensore del codice di condotta delle Idf.
La novità è che la politica e l’esercito si stanno in qualche modo separando a causa delle decisioni del governo e dell’incontenibile brama di potere di Netanyahu che ha acceso un conflitto con alcuni dei loro esponenti di vertice, seppur “usi a obbedir tacendo” fino a poco tempo fa.
Con tutte le sue contraddizioni, dunque, Idf è, una volta di più, lo specchio di una società complessa e vitale, arrivata sull’orlo dell’abisso, ma nella quale esistono ancora – e speriamo che resistano il più possibile – degli anticorpi.
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