Opinioni
5 marzo, 2026Complicata l’idea di reiterarli a tempo. E intanto c’è il tema del riscosso da restituire
"Le roi est mort, vive le roi!”. Dal Medioevo francese all’era Trump: con stesso slogan gridato dai cortigiani alla morte di Carlo VI nel 1422, le teste d’uovo della Casa Bianca si sono messe al lavoro dalla sera del 20 febbraio per cercare qualche cavillo giuridico che tenga in vita i dazi dichiarati morti, cioè illegali perché varati senza il parere congressuale, dalla Corte Suprema. Ci si potrebbe attaccare, anziché all’International emergency economic powers act del 1977 come ha fatto incoscientemente Donald Trump prefigurando un inesistente allarme di sicurezza generalizzato, alle molte altre leggi varate nell’ultimo secolo a partire dalla sezione 338 del Tariff act of 1930 che doveva difendere gli Usa da pratiche discriminatorie attuate da qualche altro Paese (non certo dal mondo intero), oppure dalla sezione 232 del Trade expansion act of 1962 riservata all’import di materiali strategici come alluminio e acciaio, e comunque vincolata a lunghissime indagini tecniche preliminari. «La Corte Suprema ha chiuso una porta ma ha lasciato aperto un intero corridoio», ha ghignato beffardo il super-Maga Peter Navarro, architetto dell’operazione dazi, mentre Trump riversava una serie infinita di insulti e accuse contro i giudici supremi, «traditori» perché li aveva nominati in gran parte lui.
Ora si punta su una legge del 1974, il Trade act, sezione 301, che prevede dazi mirati Paese per Paese in caso di concorrenza sleale, per un massimo di 150 giorni, passati i quali la parola spetta al Congresso. Insomma, veri e propri “zombie dazi” come li definisce l’economista Jeffrey Sachs: già sarà difficile applicare praticamente a ogni angolo del Pianeta gli estremi della legge, e passati cinque mesi anche questi dazi dovranno essere spazzati via. Questo è il labirinto in cui si è infilato il presidente, trascinando l’intero Pianeta in una tempesta che ha portato già a un taglio della crescita globale e a un boom della disoccupazione: negli stessi Stati Uniti gli occupati a fine 2025 erano 80mila in meno di fine ’24, anche per la concomitante politica autodistruttiva dell’immigrazione.
Ci sarà sempre un prima e un dopo quel 20 febbraio. Lo stesso Trump è apparso per la prima volta in difficoltà, malgrado l’atteggiamento sprezzante che è il marchio della casa. Trasformare sic et simpliciter i “vecchi” dazi ormai illegali (dalla mattina del 24 febbraio, giorno tra l’altro del discorso sullo Stato dell’Unione, le dogane Usa non possono più riscuoterli), nei “nuovi” dazi adattati a un’altra legge, è un’operazione, appunto, tanto semplice da pensare quando complicata da attuare. Anche perché, fortunatamente, gli interlocutori hanno rialzato la testa. A partire dall’Unione europea, che ha bloccato in extremis (all’ultima votazione del Parlamento di Strasburgo) l’approvazione dell’accordo concluso con frettolosa acquiescenza da Ursula von del Leyen nel cottage scozzese di Trump l’estate scorsa: si accettavano quasi con soddisfazione i dazi al 15%, ammontari spropositati di acquisti di energia dagli Usa e si promettevano investimenti europei in terra americana altrettanto fantasmagorici. Tutto cancellato. Ora il tema, e l’incubo per Trump, sono i rimborsi per i 170 miliardi di dollari (200 miliardi secondo la JP Morgan) di dazi già pagati. In ogni Paese, le cifre indebitamente riscosse vanno restituite. Vediamo se in Trumplandia anche questo principio verrà abilmente schivato.
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