Opinioni
14 gennaio, 2026Colombia e Olanda hanno ripreso l’idea nata a New York che aveva avuto l’adesione di 100 premi Nobel
Un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, per dare l’addio a carbone, petrolio e gas. È l’unica strada possibile per evitare la catastrofe climatica con tutte le conseguenze che avrebbe per la nostra specie. Cinquant’anni fa veniva ratificato un trattato di non proliferazione nucleare per scongiurare la catastrofe atomica. Oggi abbiamo bisogno di arrivare a un accordo che metta fine all’era dei fossili, se vogliamo contrastare la minaccia che arriva dalla febbre del pianeta.
L’idea di un “Fossil fuel non-proliferation treaty initiative” per eliminare i combustibili fossili e promuovere una riconversione equa e giusta era stata lanciata il 25 settembre del 2020, durante la Climate Week NYC. Nata da un’iniziativa della società civile e della scienza che ha coinvolto più di 100 premi Nobel, non ha mai ricevuto la giusta attenzione.
Dopo il fallimento della recente Cop30 di Belém, ha trovato nuova forza e un numero inaspettato di alleati sulla strada. A partire dal governo colombiano di Gustavo Petro, che insieme a quello olandese ha ripreso e rilanciato l’iniziativa proprio dopo i mancati accordi all’ultima conferenza sul clima, dando appuntamento a Santa Marta, in Colombia, il prossimo 28 e 29 aprile per dare gambe e voce a una scelta politica senza precedenti nella Storia.
Impedire la proliferazione di carbone, petrolio e gas bloccando i nuovi giacimenti è l’unica maniera che abbiamo per portare avanti gli obiettivi climatici stabiliti con l’Accordo di Parigi alla Cop21. Obiettivi traditi alla Cop30, dominata dagli interessi della guerra e del profitto e chiusa senza nessun impegno concreto.
Il phase out, l’abbandono dei fossili, può avvenire solo attraverso un processo di regolamentazione che possa limitarne l’estrazione, con impegni e tempistiche precise, rimuovendo i sussidi alle fonti inquinanti, smantellando le infrastrutture non necessarie, difendendo i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità colpite, investendo sulle alternative e sulle energie rinnovabili.
Continuare a sperare che la prossima Conferenza delle Parti sul clima vada meglio non serve a niente se non incidiamo sulle scelte dei governi. Significa tornare alla cooperazione internazionale e al multilateralismo spazzato via dai petro-Stati e dai signori della guerra.
Per questo, alle proposte di non proliferazione dei combustibili fossili si lega la necessità di un disarmo globale, possibile solo attraverso una riconversione ecologica equa e giusta, cioè pagata dalla fiscalità generale, con la garanzia di continuità salariale per ogni lavoratore e lavoratrice, con la partecipazione delle comunità locali e della cittadinanza attiva.
La portata della sfida richiede un’azione collettiva, oggi ancora più urgente visto il pessimo clima delle democrazie. A sostegno dell’azione coraggiosa del governo colombiano si sono schierati già diversi Paesi che hanno annunciato la loro intenzione di uscire dai fossili. Sono 24, di cui 9 europei. Assente l’Italia.
Centinaia le associazioni che hanno dichiarato il proprio appoggio, incluse molte istituzioni religiose come quella dei vescovi cattolici britannici, da tempo schierati per il Trattato di non proliferazione dei fossili. Da uno dei porti carboniferi più grandi della Colombia, Santa Marta, inizierà a prendere il via l’addio alle fonti fossili.
La politica che non si sente rappresentata dai governi responsabili dell’inazione ha la responsabilità morale di farsi portavoce della domanda popolare di giustizia climatica e di eliminazione dei combustibili fossili. Facciamo Eco!
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