Opinioni
2 gennaio, 2026La riforma della Corte dei Conti si traduce in un salvacondotto per gli amministratori pubblici
Smantellare semplificando. È tutto terribilmente chiaro. E anche la riforma della Corte dei Conti voluta dal governo Meloni lo è. È coerente con l’intento di fare a pezzi il sistema dei controlli di legalità, liberandosi da «lacci e lacciuoli». Rappresentando sempre un altro Paese. Non quello infognato nel malaffare, irretito nelle spire delle mafie, ma uno di adamantina purezza impantanato nella palude di odiose verifiche sulla regolarità di procedure e spese. Che non si rassegna all’idea che sia superfluo, se non dannoso, pretendere il pagamento di un prezzo per il danno da negligenza, colpa e dolo. Una vera assurdità. Inciampo intollerabile. Frena l’economia, mortifica la comprovata capacità di pianificazione strategica degli investimenti pubblici e, sì, è un riflesso di sfiducia anche verso certa imprenditoria munificamente assistita. Dopo lo svuotamento dell’abuso d’ufficio, dopo l’indebolimento dell’Autorità nazionale anticorruzione, in simultanea con la campagna referendaria per una resa dei conti con giudici e pm, è il turno dei magistrati contabili.
Il metodo non cambia: contrabbandare impunità invocando efficienza e rapidità. Il meccanismo, va riconosciuto, ha una sua felpata eleganza. La riforma prevede che gli atti delle amministrazioni pubbliche siano sottoposti a chiamata al visto preventivo della Corte dei Conti, con un termine di trenta giorni per la risposta. Se i giudici contabili non si pronunciano entro quel limite, scatta il silenzio-assenso. L’atto è automaticamente legittimato.
Come dire a un controllore di verificare tutti i biglietti di un treno in corsa stipato all’inverosimile, avvertendolo che se non fa in tempo, tutti i passeggeri viaggiano gratis. Saranno in tanti ad agitare qualunque foglietto stropicciato spacciandolo per il titolo di viaggio e i controllori, mai abbastanza, dovranno fare spallucce.
Un overbooking strutturale indotto, un sistema inceppato con la trasparenza, che produce salvacondotti. I trenta giorni, novanta in casi estremi, scadranno sistematicamente. Poi tutto evapora. E gli amministratori pubblici avranno il loro via libera. A prescindere. Chi sbaglia pagherà, certo, ma molto meno. Salvo per i casi di dolo, la responsabilità erariale per colpa e negligenza è limitata a un terzo dell’ammontare effettivo del danno e non può comunque superare due anni di stipendio lordo. Si accorcia il quanto e si allunga il quando, dal momento che si ritoccano anche i termini di prescrizione.
La vicepresidente forzista del Senato Licia Ronzulli non difetta di sincerità e ha rivendicato l’intento parlando di un altro passo per rendere il Paese più moderno, efficiente e meno ingabbiato dalle sbarre di eccessivi controlli. Ha esplicitato l’obiettivo di alleggerire il peso di troppe responsabilità sulle spalle di chi amministra la cosa pubblica e ha fatto riferimento proprio all’eliminazione dell’abuso d’ufficio. Altri hanno evocato la sindrome da firma per assimilare la riforma all’antidoto contro il male che ha finora paralizzato la buona amministrazione.
Altro che fondi bloccati per incapacità, sprechi, sperperi, mazzette, appalti truccati e impunità diffusa. Il problema, scopriamo, non è la penuria di controlli ma il suo contrario, l’eccesso.
Come la responsabilità. Che ha il suo opposto in un prefisso. O in una riforma. Irresponsabilità. Bastava così poco.
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