Opinioni
20 gennaio, 2026Denunciare è un atto di coraggio individuale, ma la risposta deve essere politica, legale e collettiva
Ennesimo sito, ennesima violazione. Le piattaforme che rubano immagini, manipolano corpi e violano identità esistono da anni. Chiudono, ma riaprono su altre piattaforme o in altri luoghi nel mondo grazie a strumenti come VPN, sistemi a pagamento che ti permettono di cambiare posizione geografica.
I personaggi pubblici lo raccontano prima perché hanno strumenti, visibilità, avvocati. Ma dietro ogni caso che emerge ce ne sono migliaia che restano sotto la superficie. E i siti rinascono come teste dell’Idra: chiudi un dominio, ne aprono dieci. Lo spiega William Nonnis, esperto blockchain e analista tecnico per la digitalizzazione e innovazione alla presidenza del Consiglio dei ministri.
«Bisogna agire con le loro regole e con le autorizzazioni in quel perimetro strutturale. Abbattere siti sessisti: questo è il primo step. Non basta oscurare. Servono task force dedicate, con tecnici, investigatori, giuristi digitali. Con poteri reali e strumenti adeguati. Bene denunciare perché è un diritto, ma una vittima può ottenere al massimo l’oscuramento di un dominio. Che però è solo una toppa. L’oscuramento infatti avviene nei confini nazionali. È solo geografico. Basta usare altri software per vedere ancora quel sito. Un paradosso tragico: il web è globale, la protezione è locale e ci sono circa 5,56 miliardi di persone che utilizzano internet. Nel digitale non esiste territorialità». Dunque la foto di una ragazza in Italia viene rubata in Texas, trasformata in un deepfake altrove, postata su un server in altri Paesi e scaricata nel giro di minuti. Per questo, dice Nonnis, serve cooperazione sovranazionale: «Le norme hanno senso se sono globali». L’Europa, che pure si vanta del GDPR (acronimo di General Data Protection Regulation, il regolamento europeo sulla protezione dei dati che stabilisce norme uniformi per il trattamento dei dati personali di tutti i cittadini dell’Unione Europea e dell’Area Economica Europea), si rivela fragile.
In questo vuoto prosperano rete oscura, mercati criminali, pornografia non consensuale, pedopornografia, truffe emotive, furto d’identità. «L’identità viene rubata per fare truffe, non solo per condividere immagini pornografiche. Lo possono fare con chiunque e i più fragili sono i minori, profilati a vita». La domanda che i ragazzi pongono a Nonnis quando insegna a scuola è: «Quindi non posso pubblicare più niente?» «Devi mantenere i profili chiusi e limitati a veri amici». Poi bisogna portare educazione digitale, etica, consapevolezza nelle scuole.
Come per il codice della strada, mi spiega. Non attraversiamo sulle strisce per caso. Ci hanno insegnato che è giusto, sicuro, tutelato. Dunque perché online non dovrebbe valere lo stesso? Serve anche responsabilizzare le piattaforme: «Sappiamo come sono costruiti questi siti e dove. Così si può agire. Devono prevenire la creazione di profili e gruppi sospetti: tecnicamente è possibile». Come è possibile che un forum con sette milioni di utenti circolasse indisturbato? La verità è che oggi chi denuncia fa un atto di coraggio individuale. Ma la risposta deve essere politica, legale, internazionale, tecnica. «Dobbiamo ottenere una legge comune nel mondo». L’Italia ha introdotto misure sul deepfake. È un passo, ma siamo ancora lontani da una governance globale del digitale e, fino a quel giorno, chi subisce è sola.
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