Opinioni
23 gennaio, 2026Formati, ma precari e a basso reddito. All’estero i giovani trovano opportunità e retribuzioni vere
Studierai tanto. Lavorerai, se lavorerai, molto e male. Difficilmente, senza attingere ai risparmi di genitori e nonni, potrai aspirare a comprar casa. Quanto a svaghi e mobilità dovrai essere abile nell’accontentarti.
Occorrono davvero buone ragioni, oltre le mozioni del cuore, perché un giovane scelga di mettere a frutto i propri sacrifici in Italia.
Infatti un numero spaventosamente crescente si salva altrove. Lì dove il lavoro è stabile, garantito, non precarizzato con la truffa di locuzioni che contrabbandano per occupazione ciò che al massimo è una prospettiva. Non una certezza. E il welfare si manifesta con una concretezza disarmante. Housing sociale, servizi, sanità, mobilità efficiente, asili, scuole. E, se occorre, contributi al reddito di autentico sostegno, non mancette per danzare sul bordo della povertà.
Dando forma a un’esperienza che migliaia di famiglie sperimentano con i figli expat – 630 mila in 13 anni, 78 mila nel 2024 per il Cnel, e molti di più se li conti nello stock dell’Aire, l’archivio degli italiani residenti all’estero – il governatore della Banca d’Italia ha squadernato argomenti e snocciolato cifre per raccontare di come la differenza di introiti tra un neolaureato nostrano e un collega tedesco rasenti l’80 per cento, il 30 in Francia.
Lo ha fatto inaugurando l’anno accademico dell’università di Messina. In quel Sud d’Italia dove il gap nazionale di investimenti sull’istruzione – 3,9 per cento del Pil, rispetto alla media europea del 4,7 – è un peso in più che aggrava un fardello dentro al quale ci sono anni di arretratezza e abbandono. E che inchioda l’Italia in coda all’area euro.
In pochi, al comando, hanno l’onestà intellettuale di dichiararsi impotenti, senza un cambio di passo e di paradigma. Il governo Meloni non fa eccezione. Tanto sulle cifre degli occupati, quanto sul fronte degli stanziamenti per il servizio sanitario nazionale.
Perché sono i numeri relativi in ragione del Pil ad aprire il libro della realtà. Quella fatta di rinunce e borsoni. Di malati sdraiati per terra, nel limbo di attese infinite in ospedali troppo pieni e troppo sguarniti, come accaduto a Franco, 60 anni, malato di tumore, a Senigallia. Di rinunce alle cure nel pubblico. Per le attese. E nel privato. Per i costi diventati insostenibili.
Il Paese reale, il Paese che non si conta in medie statistiche ma in vita vissuta, sta dentro un’altra agenda estranea alle partite doppie di bilanci sempre floridi nella narrazione corrente del potere.
È il Paese anche quello degli allevati per l’export che vorrebbe credere nel merito e nelle opportunità. Pari per tutti e non fissate alla nascita per diritto dinastico.
Ma il Paese disuguale sfugge alla comprensione del Palazzo. Perché significherebbe ammettere una sconfitta doppia: ogni giovane – ingegnere, medico, infermiere – che va altrove a costruirsi un’esistenza difficilmente farà la strada inversa. Coltiverà idee, sogni, ambizioni, raccoglierà risultati in un altro luogo e guarderà indietro forse con più rabbia che nostalgia. Ci lascerà più poveri e con la classe dirigente che ci siamo meritati. Quella che ci è rimasta.
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