Opinioni
29 gennaio, 2026La strategia funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Dopo è complicità
Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Non passa lo straniero - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
II settimanale, da venerdì 23 gennaio, è disponibile in edicola e in app



