Opinioni
9 gennaio, 2026Il 2025 è stato uguale al 2024. I dazi hanno avuto effetti moderati, la Cina non rallenta, l’Italia invece sì
Se un visitatore arrivato da una regione remota del cosmo volesse giudicare il 2025 solo guardando ai dati sulle principali variabili macroeconomiche, lo considererebbe un anno del tutto noioso. In termini di crescita economica, i dati sul Pil sono quasi la copia carbone di quelli del 2024. Il Pil mondiale, secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), è cresciuto del 3,2 per cento (3,3 nel 2024); i Paesi avanzati sono cresciuti nel complesso dell’1,6 per cento (1,8 l’anno prima); quelli emergenti e in via di sviluppo del 4,2 per cento (4,3 l’anno prima). Certo, a un livello di granularità maggiore, qualcosa si vede. Gli Stati Uniti hanno rallentato un po’ (2 per cento invece del 2,8), ma per l’economia a stelle e strisce c’è una maggiore incertezza sui risultati finali a causa dell’enorme ritardo nella pubblicazione delle statistiche, dovuto alla chiusura per un mese e mezzo del governo federale. La Germania, dopo la recessione del 2024, ha ora un segno leggermente positivo (0,2 per cento). Ma tutto sommato i cambiamenti sono modesti. Le notizie però stanno in quello che non si vede. Ne cito tre.
Primo, la guerra dei dazi è stata aperta, combattuta e, almeno temporaneamente, conclusa senza che questo impattasse sugli andamenti dell’economia reale, come abbiamo visto. Questo nonostante i dazi sul commercio verso gli Stati Uniti siano stati alzati a livelli che non si vedevano dagli anni ’30 del XX secolo. Come mai? Vuol dire che tutte le cose che ci hanno detto sui danni che le barriere al commercio possono causare sono bufale? Non proprio. Per quanto alti siano ora i dazi, negli anni ’30 (e nei decenni seguenti) esistevano vincoli molto stringenti in termini di quote di importazioni. Certe cose proprio non si potevano importare in misura superiore a date quantità. Queste quote ora sono in gran parte sparite. Le restrizioni al commercio basate sui dazi hanno un impatto più lento a manifestarsi. Inoltre, per ora, i Paesi colpiti dai dazi americani non hanno reagito con controdazi o altre restrizioni (tranne la Cina), quindi l’impatto complessivo è stato più moderato. Infine, il mondo è più diversificato che in passato. Per quanto importanti siano gli Stati Uniti, non sono più l’unico grande mercato a livello mondiale.
Secondo, non si è visto un rallentamento dell’economia cinese, che invece le organizzazioni internazionali prevedevano per il 2025. L’economia del Dragone continua a crescere a tassi vicini al 5 per cento, distanziando ulteriormente, in termini di volumi di produzione, quella statunitense. Il rallentamento previsto era basato su basse aspettative di domanda interna. Invece, in un anno in cui la guerra dei dazi è stata più intensa proprio contro la Cina, questa è riuscita comunque a compensare la bassa dinamica dei consumi domestici con una ripresa delle esportazioni verso il resto del mondo non americano, e non solo l’Europa. Il mondo dei Paesi emergenti costituisce ormai un mercato ampio che la Cina riesce a sfruttare.
La terza cosa che non è cambiata è lo zero davanti al prefisso della crescita economica italiana. Il governo aveva previsto una crescita del Pil dell’1,2 per cento. Chiudiamo allo 0,5, meno della metà e un po’ meno del 2024 (0,7). Quel che è peggio è che il governo sembra ormai avere istituzionalizzato lo zerovirgola: nel prossimo triennio si prevede una crescita media dello 0,7 per cento. Appropriata prudenza? Speriamo…
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