Opinioni
13 febbraio, 2026L’uscita di Vannacci può essere un’occasione anche per la Lega di risolvere un marchio di ambiguità
È salutare per la Lega che Vannacci sia andato a costruire l’ennesima sigla neofascista. Il generale se ne va promettendo di chiamare a raccolta tutti i nostalgici della XMas che gli riesce di raccattare. Libererà così una formazione, un tempo abituata a veleggiare a doppia cifra, dalle secche in cui il segretario Matteo Salvini l’ha mandata ad arenarsi.
Dimentica delle origini, quel che resta della Lega è una barca malferma, doppiamente zavorrata. Da un lato il peso di un’annessione di sopravvivenza di tutta la ciurma xenofoba e razzista che sta oltre Fratelli d’Italia. Dall’altro quello del notabilato sudista a forte impronta affaristica, imbarcato senza alcuno scrupolo. Forse ora – dal Veneto? – potrebbe arrivare l’avviso di sfratto a un segretario che grida al tradimento di Vannacci e non è disposto ad ammettere le proprie responsabilità. Neppure in un inciso della sua intemerata sulla lealtà e l’onore. Nella foga di storicizzare lo smacco è corso in tv a sproloquiare. Non del suo calcolo sbagliato: l’amicizia di comodo, falsa nelle premesse. Non del suo gesto disperato: consegnare a Vannacci la vicesegreteria del partito. E neppure della propria miopia politica: credere che i like generino voti.
Se si fosse concesso un doveroso momento di autocoscienza, avrebbe evitato di annoverare tra i precedenti tradimenti subiti dal centrodestra lo strappo di Gianfranco Fini dal Popolo delle libertà (2010). Perché il “che fai mi cacci?” dell’ex presidente della Camera al premier Silvio Berlusconi fu tutto fuorché un tradimento. Fu un orgoglioso atto di insubordinazione contro chi pretendeva di piegare le ragioni di un’alleanza a una campagna personale contro la magistratura. Fu il tentativo di marcare la direzione che doveva prendere una destra affrancata dalle ombre di Salò, ma libera anche dalle necessità giudiziarie del leader.
Fini pagò con la propria rovina politica cui seguì il fuoco amico che lo impallinò per la storia della casa di Montecarlo. Si giocò tutto: il partito e il futuro. I colonnelli furono lesti a scegliere e a ripararsi sotto il munifico ombrello berlusconiano. Non lo seguirono nell’ambizioso progetto di fare una nuova formazione da una scissione e furono ampiamente ricompensati. In una cosa però vinse: far vedere alla destra la macchia del peccato originale, indicargliela con chiarezza, prima di rimuoverla. Braccia tese, teste rasate, antisemitismo potevano restare fuori dalla porta dell’edificio che aveva in mente a Fiuggi (1995). Dosando azzardo e diplomazia, aveva anche dato un futuro di governo ai post-missini.
Fatte le debite proporzioni e le doverose distinzioni tra opposte nostalgie non assimilabili, compì la medesima operazione che si impose Achille Occhetto con la svolta della Bolognina. Non c’è nulla di questo in Vannacci che se ne va illudendosi di durare più del suo ex big sponsor. E, per converso, non c’è nulla di questo in Salvini. Con Meloni che tra un inchino a Trump e un sorriso a Netanyahu ha integrato smania securitaria e diffidenza verso la giurisdizione, Salvini si è gettato a capofitto nell’impresa, perdente, di spolparle il consenso, inseguendo l’estremo. Ma ora quelle briciole di marginali e reduci, cadute dall’ingombrante fardello della premier, finiscono perfino su un’altra tavola.
Insomma, se proprio si vuole scomodare la categoria immorale del tradimento, usiamola per altro. Per esempio, per chi da troppi anni promette una destra moderna e liberale mentre propina la riedizione riveduta e corretta del Ventennio.
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