Opinioni
20 febbraio, 2026La verità su Navalny pone l’interrogativo e misura salute delle democrazie e coraggio europeo
C’è un momento preciso in cui una notizia smette di essere cronaca e diventa storia. È accaduto il 14 febbraio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, quando cinque Paesi europei – Germania, Francia, Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi – hanno pronunciato parole che pesano come un atto d’accusa formale: Alexei Navalny è stato ucciso con una tossina rarissima, estratta dalle cosiddette rane freccia sudamericane, mentre si trovava detenuto in una colonia penale russa oltre il Circolo polare artico.
Non un sospetto ma una denuncia fondata su analisi scientifiche indipendenti, condotte su campioni biologici sottratti al controllo delle autorità russe e analizzati in laboratori europei. Secondo quanto riferito dai governi firmatari, la sostanza individuata, una neurotossina potentissima, difficilmente rintracciabile con i test ordinari, non sarebbe reperibile al di fuori di strutture statali altamente specializzate.
La tempistica della denuncia non è casuale. Arriva a ridosso del secondo anniversario della morte di Navalny, avvenuta il 16 febbraio 2024, dopo anni di persecuzioni, processi politici, avvelenamenti falliti e carcerazioni punitive. Arriva soprattutto dopo un lungo silenzio, mentre Mosca insisteva su spiegazioni vaghe, contraddittorie, spesso apertamente propagandistiche.
La Russia ha respinto l’accusa, come fa sempre in questi casi. Ha parlato di provocazione, di complotto occidentale, di interferenze.
Ma il punto non è più la smentita di rito ma il contesto più ampio in cui questa vicenda si inserisce: una Russia che non tollera il dissenso, che lo criminalizza, lo isola, lo elimina. Una Russia in cui l’opposizione politica viene ridotta a minaccia esistenziale per il potere.
Navalny non era solo un avversario di Vladimir Putin. Era il simbolo di un’altra idea di Paese, fondata sulla trasparenza, sulla denuncia della corruzione, sulla possibilità di scegliere. Per questo andava fermato. Prima con la galera, poi – secondo l’accusa europea – con il veleno.
In questa storia c’è una persona che non ha mai smesso di cercare la verità: Yulia Navalnaya. È stata lei, fin dalle prime ore dopo la morte del marito, a rifiutare la versione ufficiale, a denunciare pubblicamente le responsabilità del Cremlino, a portare il caso davanti alle cancellerie europee e alle istituzioni internazionali. Con una determinazione che ha trasformato il lutto in azione politica, la solitudine in una battaglia collettiva.
Senza la sua ostinazione, senza la sua voce, oggi probabilmente non saremmo qui a parlare di prove, di tossine, di responsabilità. «Due anni fa dissi qui che mio marito era stato ucciso da Putin — ha ricordato Yulia — oggi quelle parole sono diventate fatti scientifici».
La denuncia dei cinque Paesi non restituisce la vita a Navalny. Ma impedisce che la sua morte venga archiviata come una fatalità.
E pone una domanda che riguarda tutti noi: fino a che punto siamo disposti ad accettare che uno Stato elimini i suoi oppositori nel silenzio generale? La risposta a questa domanda misura la salute delle democrazie. E il coraggio dell’Europa.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Glovalizzazione - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 febbraio, è disponibile in edicola e in app


