Opinioni
23 febbraio, 2026Mentre l'Europa tenta di rafforzare il multilateralismo, Roma si accosta al Board of Peace. Cioè a un progetto che lo delegittima
L’equilibrismo, in politica, non è una virtù morale ma una tecnica di sopravvivenza. Funziona finché il terreno resta stabile, finché il mondo accetta l’ambiguità come linguaggio comune. Ma quando le faglie si aprono, quando gli assetti si rompono, l’equilibrio diventa esitazione. E l’esitazione, in geopolitica, è già una scelta. Giorgia Meloni governa oggi l’Italia da questa linea sottile: un passo in Europa, uno in America, uno di lato per non lasciare impronte troppo riconoscibili. È un movimento studiato, paziente, apparentemente razionale. Ma sempre più faticoso. Perché il tempo dell’indeterminatezza si sta chiudendo, e la politica internazionale chiede posizioni, non posture. La presidente del Consiglio ha costruito un asse con Friedrich Merz per marginalizzare Emmanuel Macron, contribuendo a spostare l’asse europeo verso una destra più rigida e meno incline all’autonomia strategica francese. Una manovra tattica, comprensibile. Ma poi, quando lo stesso Merz convoca una conferenza sulla sicurezza europea, Meloni sceglie l’assenza. Non un imprevisto, non un incidente diplomatico: una decisione politica. Proprio mentre il leader tedesco pronuncia una frase che segna un’epoca – l’ordine del dopoguerra non esiste più – e invita l’Europa a prendere atto della propria vulnerabilità e a rafforzare la propria sovranità. È in quel vuoto che si legge la fedeltà americana della premier. Una fedeltà non dichiarata, ma costante. Meloni evita di esporsi nei vertici dei cosiddetti Volenterosi – Germania, Francia, Regno Unito – dove si tenta di disegnare una risposta europea alla crisi dell’ordine globale.
Non ci va di persona, resta defilata, come se la presenza implicasse un impegno che potrebbe risultare sgradito oltre Atlantico. In compenso, annuncia la partecipazione dell’Italia come Paese osservatore al Board of Peace lanciato da Donald Trump, un organismo a pagamento, esplicitamente alternativo all’Onu. Non un dettaglio tecnico, ma un segnale politico: mentre l’Europa discute di rafforzare le istituzioni multilaterali, Roma si accosta a un progetto che le scavalca, le svuota, le delegittima.
Il risultato è un’Italia che non è protagonista. Non in Europa, dove pesa meno di quanto potrebbe. Non nel campo trumpiano, dove resta un’alleata utile ma non centrale. Meloni aveva promesso di restituire al Paese il posto che merita nel mondo. Ma oggi quel posto è una zona intermedia, una sala d’attesa geopolitica in cui si ascolta molto e si decide poco. Ezio Mauro ha descritto questa condizione con una formula icastica: Meloni oggi ha il piede in quattro scarpe. Legata tecnicamente a Ursula von der Leyen per necessità, affettivamente ai Patrioti di Orbàn e di Vox per affinità, saltuariamente ai Volenterosi per opportunità, e soprattutto ideologicamente a Trump per consanguineità. Non è solo una mappa delle alleanze, è il ritratto di una tensione irrisolta.
Perché se davvero il mondo è entrato in una fase post-occidentale, se l’ordine che ha garantito stabilità per ottant’anni si sta dissolvendo, allora l’equilibrismo non basta più. Occorre scegliere dove stare, con chi condividere rischi e responsabilità, quale idea di sovranità difendere. La domanda, alla fine, non riguarda l’abilità tattica di Giorgia Meloni, che è indubbia. Riguarda la sostenibilità della sua strategia. Quanto può durare questo equilibrio transatlantico, prima che la realtà costringa l’Italia – e la sua premier – a scendere definitivamente da quel filo sospeso tra Europa e America?
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