Opinioni
5 febbraio, 2026Le analisi della Ragioneria generale confermano i nodi irrisolti causati dal calo demografico
Le pressioni a cui è sottoposto il nostro sistema pensionistico a causa dell’inverno demografico (si vive più a lungo, ma si fanno pochi figli) sono ben illustrate da un recente rapporto (“Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, Rapporto n. 26) della Ragioneria generale dello Stato (RgS).
A prima vista la situazione è (relativamente!) sotto controllo. È vero che il rapporto tra spesa pensionistica e Pil aumenterebbe dal 15,4% nel 2024 a 17,1% nel 2040, un aumento non indifferente, dovuto al prossimo pensionamento dei baby boomers. Ma oltre il 2040 il rapporto inizierebbe a calare: al 2060 la spesa scenderebbe al 14% del Pil, stabilizzandosi poi a questo livello. Insomma, non un disastro. Il forte aumento della spesa previsto da qui al 2040 (1,7% del Pil) dovrebbe essere compensato aumentando le tasse o tagliando altre spese pubbliche, il che non sarebbe facile. Ma il calo successivo libererebbe risorse, più che invertendo la tendenza precedente. Insomma, quindici anni di sacrifici, ma poi le cose migliorerebbero.
Purtroppo, però, queste previsioni sono basate su ipotesi molto ottimistiche su alcune variabili chiave.
Primo, la spesa pensionistica sarebbe contenuta da una rigorosa applicazione del meccanismo di adeguamento automatico all’aspettativa di vita sia dei coefficienti di trasformazione che determinano il livello della pensione, sia dell’età di pensionamento. Come conseguenza, l’età di pensionamento arriverebbe a 70 anni nel 2060. Per i lavoratori dipendenti privati che volessero beneficiare della pensione anticipata l’età di pensionamento resterebbe intorno ai 67 anni, ma il tasso di sostituzione (ossia il livello della pensione rispetto all’ultimo stipendio) scenderebbe dall’attuale 72% a meno del 59% nel 2060, per poi calare ulteriormente. Le pressioni per impedire l’adeguamento automatico saranno perciò forti. Riusciranno i politici a resistere?
Secondo, le previsioni ipotizzano continui miglioramenti nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione dovrebbe salire dall’attuale 65,5% (già in forte ascesa rispetto al passato) al 67% nel 2040 e restare tra questo livello e il 68% nei successivi trent’anni. Non solo: il numero di occupati sarebbe alimentato da un afflusso netto di migranti tra le 165mila e le 200mila unità all’anno nei prossimi decenni. Non ditelo a Salvini!
Terzo, si ipotizza una ripresa nella natalità: il numero medio di figli per donna salirebbe dall’attuale 1,2 a quasi 1,4 nel 2050.
Quarto, e questa è l’ipotesi che appare più eroica, il tasso di crescita della produttività del lavoro (ossia quanto produce un lavoratore in un certo lasso di tempo) dovrebbe subire una trasformazione epocale. Nei primi vent’anni di questo secolo la produttività è cresciuta in Italia a tassi di poco superiori allo zero. Nell’ultimo triennio, l’aumento dell’occupazione è stato accompagnato da un calo marcato della produttività. Miracolosamente, la produttività dovrebbe iniziare a crescere a tassi vicino all’1% da qui al 2040 e dell’1,3% – 1,4% nei decenni successivi. Senza questa ipotesi, il Pil e i contributi sociali crescerebbero molto meno di quanto ipotizzato e il rapporto tra spesa pensionistica e Pil sarebbe molto più alto.
Tutto sommato, il rapporto della RgS conferma che i problemi causati dai cambiamenti demografici al nostro sistema pensionistico restano irrisolti.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Perché dico No - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
Il settimanale, da venerdì 20 marzo, è disponibile in edicola e in app



