Opinioni
5 febbraio, 2026Dopo le tragedie ci sono traumi che vanno maneggiati con cura. Soprattuto se riguardano i giovani
C'è una fase delle tragedie che non fa rumore. Arriva dopo la cronaca, dopo le indagini, dopo l’urgenza delle cure o forse le accompagna in parallelo. È il tempo più fragile e decisivo, quello in cui si prova a rimettere insieme ciò che resta, mentre tutto è ancora instabile. È qui che si misura la maturità di una comunità, la responsabilità delle istituzioni, la qualità dello sguardo adulto.
I dottori Roberta Brivio e Ivan Giacomel fanno entrambi parte del Gruppo di lavoro in Psicologia dell’emergenza dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Sono stati coinvolti sia nel rientro a scuola delle classi del Liceo Virgilio sia nell’assistenza a Zurigo ai feriti italiani e alle famiglie delle vittime dell’incendio avvenuto nel locale Le Constellation di Crans-Montana la notte di Capodanno.
"Tornare alla normalità, non so se sia possibile: alcune persone non torneranno decisamente a prima. Altre potranno tornare a una vita regolare con dei tempi che possono essere molto diversi da persona a persona. Considerando che, in questo momento, ci sono ragazzi che stanno fortemente soffrendo, e che sono tuttora ricoverati", mi spiega la dottoressa Brivio.
Il clima che hanno trovato a Crans-Montana nei primi giorni era ovviamente di smarrimento. "Numerose figure fra cui soccorritori, psicologi dell’emergenza e protezione civile accudivano con cura ed efficienza i genitori, rispettando il silenzio all’interno di quel clima di incertezza e paura in cui genitori, parenti e amici non conoscevano la sorte di quelle giovani persone. Tutta la situazione è stata emotivamente complessa da un punto di vista di gestione delle emozioni e delle reazioni comportamentali perché questo evento ha interessato la comunità a più livelli".
Ora Brivio e Giacomel si trovano al liceo Virgilio e stanno intervenendo in stretta collaborazione con la psicologa scolastica, per accompagnare la classe dopo l’evento traumatico. Ivan Giacomel mi dice che "il loro lavoro non è centrato sul far raccontare l’accaduto, né sul ricostruire i fatti, ma sull’aiutare i ragazzi a dare spazio e legittimità alle reazioni emotive che stanno vivendo. In questa fase le parole sono poche: emergono soprattutto silenzi e lacrime, e questo è del tutto comprensibile. Il compito degli adulti è offrire una presenza competente e continua, capace di contenere e sostenere, senza forzare. L’obiettivo è aiutare la classe a ritrovare un senso di sicurezza e di tenuta come gruppo, rispettando i tempi di ciascuno. Stanno esprimendo esattamente ciò che ci si aspetta dopo un trauma: emozioni intense, spesso difficili da nominare, che hanno bisogno prima di tutto di essere accolte".
In un tempo bombardato da narrazioni colpevolizzanti, dagli smartphone dei ragazzi alle generalizzazioni con cui sono stati definiti "rampolli", fino all’invadenza durante i funerali, dove per inseguire qualche like chiunque ha condiviso dettagli del lutto da esporre al giudizio pubblico, questo lavoro silenzioso va difeso e raccontato. Perché la ricostruzione non è solo materiale o giudiziaria e riguarda tutti noi. Se non impariamo a rispettare i tempi del trauma, se non riconosciamo il valore di chi tiene insieme i pezzi senza esporli, continueremo a produrre ferite secondarie.
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