Opinioni
5 febbraio, 2026La stessa logica unisce le violenze di genere e quelle degli agenti che sparano ai cittadini nelle strade: il consenso delle donne e lo squadrismo dell'Ice
Quando il mondo tecnologico era giovane, la parte più divertente di noi neofiti che sperimentavamo Google Earth era l’inizio della ricerca, quando, una volta digitato il nome della nazione, della località e dell’indirizzo che si desiderava, il programma conduceva il navigatore in avanti, lanciandolo dall’icona iniziale del globo terrestre in un tuffo mozzafiato, in volo fino alla destinazione. Se dovessimo tuffarci oggi, nell’ultimo venerdì di gennaio, affronteremmo una discesa vertiginosa dove i fatti dei giorni passati ci scorrerebbero intorno accavallandosi, i colpi di pistola su persone inermi sparati dall’Ice e la parola “patrioti” accostata a quelli che sono e restano assassini, il Nobel per la pace a Trump auspicato dalla presidente del Consiglio e le spillette con lo Swarovski auspicate da Beatrice Venezi in sprezzo alle contestazioni dei teatri italiani, il ciclone Harry quasi ignorato e il cappello con le orecchie di un bambino di cinque anni arrestato ancora una volta dall’Ice, faccenda che farebbe impallidire di disgusto persino i nazisti dell’Illinois evocati con innocenza nel vecchio Blues Brothers (e quanto eravamo innocenti, tutti, pensando che non si sarebbe mai ripetuto quello che avevamo alle spalle: e invece eccolo qui, davanti ai nostri occhi, proprio oggi).
Proviamo a fermare la discesa su una sola parola, comunque, proprio perché nel moltiplicarsi dell’orrore si rischia di tralasciare quello che sembra meno importante. La parola è “No”. Nel finale del Don Giovanni di Mozart-Da Ponte, il protagonista ripete “No” per nove volte alla Statua del Commendatore che vorrebbe il suo pentimento. La sensazione è che neanche se i No fossero dieci sarebbero sufficienti per rendere valido il nuovo testo sulla violenza sessuale riformulato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno: nella sua modifica all’articolo 609 bis, infatti, il concetto di consenso sparisce in favore del suo opposto, dissenso, laddove se prima si precisava che l’atto sessuale richiedeva l’adesione del partner, nel dopo Bongiorno si specifica che la volontà contraria “deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”, anche quando la persona sia impossibilitata a “esprimere il proprio dissenso”.
In pratica: non basta non dire sì, devi dire no. Giustamente in questi giorni è stato ricordato Orgoglio e pregiudizio di Austen, quando il cugino Collins, nonostante i ripetuti no di Elizabeth alla sua proposta di matrimonio, continua a interpretarli come un sì, perché, si sa, il no di una donna non va preso sul serio. È un ribaltamento tutt’altro che secondario, perché dichiarando che è la donna che deve dimostrare di aver espresso il suo rifiuto, le si nega ancora una volta soggettività. Per usare le parole di un’acuta antropologa, Giulia Paganelli, nella newsletter Bolena: “Quando l’aggressore non rischia punizione, afferma tacitamente che il suo dominio è naturale. E la naturalezza è il vero obiettivo, la violenza è solo il linguaggio con cui la si insegna”. Il che dovrebbe tacitare il folto gruppo che ritiene ininfluente occuparsi di una semplice parola quando ci sono agenti che ammazzano i cittadini nelle strade: anche quegli aggressori non rischiano punizione, il principio è identico.
Per questo, la cosa preziosa di oggi è Internet non è un posto per femmine di Silvia Semenzin, appena uscito per Einaudi: un saggio lucido e terribile sulla misoginia in una rete che era nata per mano femminile (erano le donne a scrivere i codici) ed è diventata il porno-Grok di Elon Musk.
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