Opinioni
6 febbraio, 2026Di fronte ai disastri, come a Niscemi, si invoca il destino. Che ha la forma di una scelta politica
Il Sud, flagellato dal maltempo, continua a rivelare la fragilità di un territorio sfregiato e abbandonato. E la frana di Niscemi, in Sicilia, non è una fatalità né l’ennesimo evento eccezionale buono per l’archivio delle emergenze. È lo specchio di uno sviluppo disordinato, cresciuto nel totale disinteresse per gli effetti che avrebbe prodotto. Effetti che oggi si sommano a una vulnerabilità morfologica nota e certificata, che avrebbe consigliato prudenza. È accaduto l’opposto: deregulation, incuria, rimozione sistematica del rischio.
Niscemi non è un luogo qualsiasi. Qui le frane tornano con una puntualità che smentisce ogni racconto dell’imprevedibilità: 1790, 1997, oggi. Stessi quartieri, stesso versante, stesso meccanismo geologico: un altipiano sabbioso sull’argilla che, quando piove, diventa viscida e scivola. Area classificata a rischio molto elevato dal Piano idrogeologico. Eppure, ai bordi della rocca, gli edifici sono rimasti. Non per ignoranza, ma per scelta.
Associare il Sud all’abusivismo edilizio non è una stortura ideologica. È la fotografia di una realtà. E non si tratta di dare addosso a chi ha già perduto tutto. Il punto è comprendere che lo sviluppo disordinato di un territorio ha un comune denominatore: il consumo scriteriato di suolo. In Italia procede a 20 ettari al giorno, secondo l’Ispra (2024). In Sicilia si è passati a consumarne 799 ettari contro i 521 dell’anno precedente. Cementificare senza pianificare non significa solo far sorgere edifici dove non dovrebbero stare. Significa non occuparsi di strade, condutture, canali di scolo, manutenzione, o farlo in perenne stato di emergenza. Rammendare, non cucire. È una crescita senza progetto che si risolve nel suo contrario: risorse spese in consulenze e pareri destinati ai cassetti, territorio lasciato degradare nell’incuria. Così si alimenta il circuito perverso del consenso. Controlli distratti, abusivismo tollerato, promessa ciclica di sanatoria, nuovo abusivismo. Lavori in somma urgenza. E voti. I grandi condoni edilizi hanno prodotto circa cinque milioni di domande, molte ancora inevase, costruendo un’aspettativa permanente di regolarizzazione. Un incentivo, non un deterrente. Il territorio diventa merce politica di scambio: lo si occupa senza regole, si rinvia l’intervento, si legittima l’eccezione. Poi, a disastro avvenuto, si interviene in affanno a mettere una pezza. Ma Niscemi è anche il luogo del Muos, il sistema satellitare della Marina statunitense installato nella sughereta di Niscemi, una delle più estese e pregiate del Mediterraneo, area protetta e fragile. Un’infrastruttura realizzata piegando vincoli ambientali, pareri tecnici, opposizioni locali. Figlia della stessa idea: che lo stato dei luoghi sia un dettaglio negoziabile, che si possa piegare il diritto e la terra.
Di fronte ai guasti sulle coste meridionali dell’uragano Harry, il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, già governatore della Sicilia, ha detto che con il mare dovremo fare i conti. È vero. Ma il problema non è il mare. È la cementificazione del litorale, l’occupazione sistematica di ogni metro disponibile. Non sono in gioco solo le case, se persino le ferrovie corrono copiando la linea costiera, come se l’erosione fosse un’eventualità astratta. Discettare di disastri climatici non è un’esimente, ma un’aggravante. Perché i guasti erano noti da decenni. La responsabilità è diffusa: dello Stato, delle Regioni, dei Comuni. Nel Sud l’emergenza non segue i disastri: li precede. Serve a rinviare le decisioni e a sospendere le responsabilità. Le frane non arrivano all’improvviso. Si preparano lentamente. Poi, quando la terra cede, si invoca il destino. Ma il destino, nel Mezzogiorno, ha da tempo la forma precisa di una scelta politica
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