Opinioni
11 marzo, 2026Vuol cambiare volto al Medio Oriente mentre l’obiettivo di Trump appare meno evidente
Una premessa doverosa. La teocrazia degli ayatollah è aberrante. I suoi gerarchi hanno le mani sporche del sangue di donne e uomini innocenti lungo 47 anni di oscurantismo, repressione, corruzione, guerre dirette e per procura, misoginia e feroce integralismo religioso. E, dunque, per i capi di un sistema che ha oppresso il suo popolo non va versata alcuna lacrima – e sentire spezzare lance a loro favore da parte di autocrati, che blaterano di violazioni del diritto internazionale (a partire dai russi), si commenta da sé.
Detto questo, i due sequestratori dei valori occidentali hanno scatenato nei giorni scorsi l’ennesimo conflitto. Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno sferrato l’attacco all’Iran dichiarando quale motivazione prioritaria l’aiuto alla popolazione civile per scrollarsi di dosso il giogo della tirannia teocratica. Insomma, il duo di ferro che, nella nostra parte di mondo, promuove direttamente o, comunque, supporta massicciamente il fondamentalismo religioso, si presenta a corrente alternata quale paladino degli stessi diritti umani e civili per i quali in patria non stravede propriamente. E stiamo chiaramente utilizzando un eufemismo, considerando il (cosiddetto) Board of Peace riempito di dittatori dal presidente statunitense.
L’America trumpiana mostra, una volta di più, di avere il dito sul grilletto, contrariamente agli annunci “pacifisti” della campagna elettorale. E, di nuovo, lascia trapelare in modo evidente l’assenza di chiarezza degli obiettivi delle sue operazioni militari. Che, per contro, appaiono palesi nel caso del premier israeliano, divenuto l’uomo forte della coppia di fatto: essere il game changer che cambia il volto del Medio Oriente, far dimenticare la spaventosa catena di errori intorno alla strage di Hamas del 7 ottobre 2023, distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dai massacri perpetrati a Gaza (e dal caos persistente che vi domina), e farsi rieleggere alle elezioni in calendario per ottobre sovvertendo tutti i pronostici.
Del resto, il mai rottamato “Bibi” è un bellicista giocatore d’azzardo senza remore; e nella sua “amicizia speciale” con gli Stati Uniti Israele ora appare decisamente egemone e capace di dettare l’agenda.
Un risultato maturato dopo un processo di lungo periodo, dalla costruzione delle piattaforme ideologiche di gran parte delle destre globali (fin dai tempi del neoconservatorismo, che venne elaborato a Tel Aviv, e di lì esportato a Washington) per arrivare al “brevetto” dell’omicidio (extragiudiziale) mirato largamente adottato dagli Usa.
Mentre restano, per l’appunto, assai più nebulose le finalità della Casa Bianca, a parte l’effetto arma di distrazione di massa rispetto all’affaire Epstein e il tentativo di risalire i sondaggi per le prossime elezioni di mid-term (e che, però, si dispiega in un ambito non esattamente popolare presso l’elettorato Maga).
Come tragicamente noto, gli Stati Uniti non sanno gestire i regime changes, e Trump – ha osservato il Financial Times – non possiede alcun piano realistico per il futuro dell’Iran. Guerra per la guerra, con tutti gli ulteriori rischi connessi (dalla persistenza del regime a Teheran a una recrudescenza del terrorismo islamista, sino alla crisi energetica globale). E, quindi, come dice Shirin Ebadi, il popolo iraniano può contare solo su sé stesso...
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