Opinioni
11 marzo, 2026Scelta obbligata in attesa di imboccare davvero la strada dei collegi uninominali
È cominciata quasi di soppiatto. Coperta dal fragore delle bombe su Teheran e dal rumore, tutto domestico, della campagna referendaria. Ma la partita sulla nuova legge elettorale è destinata a diventare la più importante battaglia politica dell’anno. Perché è da lì, da quel meccanismo apparentemente tecnico, che può dipendere non solo l’esito delle politiche del 2027, ma soprattutto la qualità del potere che ne scaturirà.
Il cuore del progetto è il premio di maggioranza, ribattezzato con elegante eufemismo “premio di governabilità” e già impacchettato sotto l’etichetta rassicurante di “Stabilicum”. Un nome studiato con cura, per evitare la sorte lessicale toccata al Porcellum e ai suoi derivati. La sostanza, però, resta intatta: una coalizione che vince, anche di poco, ottiene un premio che la sovrarappresenta in Parlamento.
Sorvoliamo, per ora, sugli effetti politici di questo meccanismo. Intanto registriamo due scelte nette della maggioranza. La prima: archiviare definitivamente i collegi uninominali. La seconda: mantenere le liste bloccate. Da Palazzo Chigi è filtrata la voce che Giorgia Meloni avrebbe voluto reintrodurre le preferenze, ma che gli alleati l’avrebbero fermata. Che sia andata davvero così o no, il punto politico è un altro. Per anni, tutti i partiti – a turno – hanno denunciato lo scandalo delle liste bloccate, simbolo di un Parlamento di nominati. Ora che potrebbero mettervi mano, frenano. Ed è facile prevedere che proprio su questo terreno l’opposizione potrebbe tentare di aprire una breccia.
Ma è davvero una buona idea tornare al voto di preferenza? Chi ha memoria della Prima Repubblica sa che quel sistema produsse anche effetti perversi. In molte aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, le elezioni erano diventate una gara tra candidati della stessa lista. Le preferenze erano moneta di scambio, terreno di clientelismi, architrave di reti di consenso costruite con intermediazioni opache. Non è un caso se tutte le democrazie mature hanno scelto i collegi uninominali, che rispondono all’esigenza di chiarezza: un candidato, un territorio, una responsabilità politica diretta. L’Italia, invece, si appresta ad abolirli del tutto, senza aver mai avuto il coraggio di adottarli fino in fondo. È un passo indietro sul terreno della responsabilità democratica. Ma per i partiti non sembra un problema.
La ragione è fin troppo evidente. Le liste bloccate offrono un vantaggio inestimabile ai leader: decidere chi entrerà in Parlamento. Premiare i fedelissimi, marginalizzare i critici, costruire gruppi parlamentari coesi non per convinzione politica ma per gratitudine personale. Se a questo si aggiunge un robusto premio di maggioranza, l’effetto è amplificato: una coalizione sovrarappresentata e un Parlamento composto in larga parte da nominati. Non è una questione di schieramenti. Chiunque vinca, un simile combinato disposto altera l’equilibrio tra rappresentanza e potere. E riduce ulteriormente lo spazio di autonomia del Parlamento, già indebolito da anni di decreti-legge e voti di fiducia.
In attesa che la politica italiana trovi il coraggio di imboccare davvero la strada dei collegi uninominali, oggi occorre scegliere il male minore. Reintrodurre le preferenze, ma una sola. Un correttivo imperfetto, certo, e carico di rischi già sperimentati. Ma forse l’unico argine possibile, in questa fase, contro l’ennesimo Parlamento di fedelissimi silenziosi.
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