Opinioni
12 marzo, 2026Occorre levarsi le lenti del pregiudizio ideologico e guardare alla realtà dei processi democratici compiuti
La rappresentazione mediatica di tutte le forme di auto-organizzazione sociale – spazi autogestiti, centri sociali e culturali, forme di protagonismo dal basso – è grottesca. Sembra, a sentire Giorgia Meloni e il ministro Matteo Piantedosi, che l’Italia pulluli di terroristi e che addirittura ci sia oggi un rischio paragonabile a quello degli anni ’70, quando le Brigate Rosse e il terrorismo nero quotidianamente spargevano sangue. Non minimizzo le violenze da parte di gruppi minoritari di antagonisti o di black-bloc, né quelle di frange anarchiche col sabotaggio delle linee ferroviarie (gravissimo, certamente meno impattante del sabotaggio quotidiano che opera Matteo Salvini).
In realtà occorre levarsi le lenti del pregiudizio ideologico. Le forme di auto-organizzazione sociale e culturale rappresentano oggi un patrimonio democratico e partecipativo immenso in molte città. Penso alla mia città, Roma. Giorgio De Finis – antropologo, artista, curatore – ha dato vita nel 2012 al Maam (Museo dell’altro e dell’altrove), in via Prenestina, vicino al raccordo anulare. Si tratta dell’ex-salumificio Fiorucci, occupato dai Blocchi precari metropolitani nel 2009 in nome del diritto all’abitare, chiamandolo Metropoliz. Centinaia di famiglie hanno trovato lì alloggio. Tre anni dopo De Finis – che non viene da quel movimento – ha lavorato per portare artisti da tutto il mondo. Oggi il Museo ospita 400 opere di artisti di fama internazionale (fra questi Millo, Lucamaleonte, Gio Pistone, Hitnes, Gian Maria Tosatti, Borondo, Michelangelo Pistoletto e tanti altri). Duecento persone, di nazionalità varie, continuano a vivere lì, in una forma speciale di comunità. Marc Augé lo ha definito un “super-luogo”. In un rapporto dialettico e positivo con l’amministrazione comunale e con la proprietà, si è giunti a un accordo in cui si realizzeranno 344 alloggi e il Museo. Lo stesso De Finis sta per realizzare con le istituzioni locali, grazie a fondi del Pnrr, il Museo delle periferie a Tor Bella Monaca. “L’Uomo Vitruviano” in periferia, o meglio nel non-centro, dice De Finis.
Ma questa esperienza non è un caso isolato. Dall’Ecomuseo Casilino alla Casetta Rossa di Garbatella, fino al lavoro di Quarticciolo Ribelle, Roma non è fatta di un antagonismo violento e sterile, ma dalla crescita di comunità territoriali, integrate positivamente nel territorio, principale baluardo nella lotta contro il degrado e per il cambiamento dei gravissimi danni urbanistici e sociali fatti dal Potere nei decenni passati. Si pensi all’esperienza di Spin Time, vicino a San Giovanni, aiutata attivamente anche dalla Chiesa e, allora, da Papa Francesco, in cui vivono cinquecento famiglie, studiano e lavorano centinaia di ragazzi, viene pubblicato un giornale. Su Spin Time grava la minaccia governativa di uno sgombero, com’è stato per Askatasuna a Torino e per il Leoncavallo a Milano.
Le istituzioni dovrebbero guardare positivamente a questo tessuto, anche per disinnescare possibili conflitti e tensioni. Il governo ha scelto un’altra strada, denunciata anche da personalità delle forze dell’ordine. Una strada che acuisce le tensioni. Roma capitale invece ha scelto la strada difficile del dialogo, dei progetti concreti. Credo fortemente in una democrazia dal basso, partecipata, capace di agire un conflitto democratico, come suggerisce Luciana Castellina. In forme di autogoverno che fondino una nuova politica e una nuova democrazia.
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