Opinioni
12 marzo, 2026Dal congedo parentale bocciato al ddl Bongiorno, l’8 marzo arriva in un momento pessimo per le donne
Alla fine del romanzo di Rumaan Alam “Il mondo dietro di te”, Rose guarda i DVD di Friends mentre il mondo si sbriciola. Rose ha 13 anni ed è giustificata, e inoltre non esiste: noi esistiamo e consideriamo normale distrarci con Sanremo dall’ennesima guerra voluta da Stati Uniti e Israele, i quali da ultimo somigliano molto agli uomini neri “bellissimi e hitleriani” cantati da Giorgio Gaber ne “La presa del potere”, e anche in quella canzone, nel frattempo, l’Italia parlava di calcio e cantava. Siamo stanchi di guerra, come la Teresa Batista di Jorge Amado, ma proprio perché siamo stanchi la contempliamo con disappunto e poi passiamo a Sal Da Vinci.
Siamo stanchi e non ci stupiamo neanche più dell’ennesimo ministro del governo Meloni che combina guai, come il titolare della Difesa Guido Crosetto che rimane bloccato a Dubai dalla chiusura dello spazio aereo, o dei nuovi effetti della circolare Valditara sulla par condicio (il liceo Ripetta a Roma, dove sono stati vietati incontri sull’antifascismo e sull’arte palestinese). Proviamo a smuovere le acque e a dire almeno che l'8 marzo, al cui rito ci siamo ugualmente assuefatti, cade in un pessimo momento per le donne. A pensarci bene, anzi, dovremmo ringraziare Roberto Dell’Acqua, il giornalista di Radio Tivù Azzurra che nella sala stampa di Sanremo sosteneva che di femminismo non c’è più bisogno, perché dà la misura di quello che pensano ancora oggi molte persone.
Tira una brutta aria, dunque: ma non solo e non certo perché il prossimo conduttore di Sanremo sarà un uomo (eravamo preparate), e non soltanto per il ddl Bongiorno contro cui hanno protestato in tante, provando a far capire che è meglio tenersi la situazione di prima per non trovarsi a dover spiegare di aver dissentito. Ma per una percezione diffusa che in Italia è molto netta: secondo una rilevazione Ipsos, un uomo su tre pensa che «il femminismo abbia fatto più male che bene», e il 50 per cento degli intervistati della Generazione Z parla di «esagerazione» nel promuovere la parità di genere.
Si inserisce proprio qui la bocciatura della proposta di legge sul congedo parentale paritario, proposta dalle opposizioni e che avrebbe consentito di distribuire la cura dei figli a tutti e due i genitori, con retribuzioni adeguate. Non ci sono i soldi, dice la Ragioneria di Stato, a cui verrebbe voglia di chiedere come dovrebbero essere spesi questi benedetti soldi, se non per cercare di garantire benessere ai cittadini.
Ricacciando indietro le lacrime, vale la pena di visitare un blog che si chiama Congedo parentale: lo scrive Stefano Dell’Orto, italiano sposato con una donna svedese e ormai in Svezia da molti anni, dove sono previsti, racconta, 480 giorni di congedo parentale di cui 60 riservati alla mamma e 60 al papà, durante i quali lo Stato paga l’80 per cento dello stipendio: «Cosa poi ancora più importante è che si è spesso incoraggiati e stimolati sia dall'azienda che dalla società (famiglia, amici, conoscenti, eccetera) a prendere il congedo». A maggior ragione, la cosa preziosa di oggi è “Giù le mani dal femminismo”, che esce per Rizzoli: lo hanno scritto Rosi Braidotti, Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti, che mettono in guardia da chi sta stravolgendo la parola femminismo e da chi ritiene che ormai non ce ne sia più bisogno. Perché lo scollamento fra percezione e realtà è enorme. E, no, non basta per dire che la parità è reale avere una presidente del Consiglio (che per altro vuole farsi chiamare “un” presidente).
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