Opinioni
19 marzo, 2026Lo stesso Nordio ha riconosciuto che il referendum con l’efficienza della giustizia non c’entra niente
Alla vigilia del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale della giustizia, la prima parola che sentiamo di rivolgere ai lettori non riguarda il merito del quesito, ma un principio più profondo: la partecipazione. In un Paese in cui negli ultimi anni l’astensionismo è diventato la vera maggioranza silenziosa, andare a votare non è soltanto un diritto individuale ma un atto di responsabilità collettiva. La democrazia rappresentativa vive di partecipazione. Ogni volta che una parte consistente dei cittadini rinuncia a esprimersi, il sistema democratico si impoverisce. Non votare significa lasciare che siano altri a decidere; significa ridurre la legittimazione delle istituzioni; significa, infine, indebolire quel patto civico che tiene insieme una comunità nazionale. Il referendum, in particolare, è uno degli strumenti più diretti con cui i cittadini possono incidere sulle regole fondamentali dello Stato. Non partecipare equivale a rinunciare a esercitare una porzione di sovranità che la Costituzione affida a ognuno di noi. Per questo il primo invito che rivolgiamo ai lettori è semplice e netto: andate a votare. Informatevi, leggete le ragioni di entrambe le parti, discutetene. Ma non rimanete a casa.
Nel merito della riforma costituzionale, che prevede tra l’altro la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, il nostro giornale ha espresso fin dall’inizio il proprio endorsement a favore del No. Una posizione che nasce da una valutazione attenta dell’assetto già esistente e delle conseguenze reali della riforma proposta.
Già oggi, infatti, l’ordinamento italiano prevede una separazione rigida tra le funzioni: un pubblico ministero può diventare giudice, o viceversa, una sola volta nella carriera e soltanto cambiando distretto. Si tratta di passaggi rarissimi, mediamente una trentina l’anno su migliaia di magistrati.
I sostenitori del Sì ritengono invece che solo separando definitivamente le carriere e istituendo due distinti Consigli superiori della magistratura si possa garantire un giudice davvero “terzo”, non influenzato dalla colleganza con i pubblici ministeri. È un argomento serio, che merita rispetto. Al quale però rispondiamo a pag.12 con le parole di Piero Calamandrei all’Assemblea Costituente. C’è poi un altro punto decisivo. Questa riforma non affronta i problemi che cittadini e imprese percepiscono ogni giorno quando entrano in contatto con la giustizia. Non accorcerà i tempi dei processi. Non risolverà la cronica carenza di cancellieri. Non modernizzerà gli apparati informatici. Non inciderà sugli errori giudiziari né sulle riparazioni per ingiusta detenzione.
Lo ha riconosciuto con franchezza lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando ha spiegato che la riforma «non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». In compenso, la duplicazione del Csm e dei Consigli giudiziari distrettuali comporterà inevitabilmente una moltiplicazione di poltrone, con conseguente raddoppio dei costi che oggi ammontano a circa 50 milioni di euro l’anno.
Per offrire ai lettori tutti gli strumenti per decidere abbiamo affidato le ragioni del No a Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, e quelle del Sì al giurista Guido Corso. Saranno le loro argomentazioni, insieme alla vostra coscienza civica, a guidare la scelta finale.
L’importante, ancora una volta, è esserci. Perché la democrazia non funziona senza i cittadini.
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