Opinioni
20 marzo, 2026Per la premier continua a essere una parola chiave del suo agire in politica
Se io fossi il protagonista di “Guida Galattica per gli Autostoppisti” di Douglas Adams, e dovessi spiegare a un alieno perché Giorgia Meloni rilascia dichiarazioni su quelli che ormai sono chiamati “i bambini nel bosco”, comincerei da David Foster Wallace. Non per snobismo, ma perché nel 1993 Wallace rilascia un’intervista dove illustra così lo smarrimento della generazione postmoderna: sei alle superiori, i genitori partono, tu organizzi una festa, e il party si fa sempre più chiassoso, il divano è pieno di bruciature di sigarette, la casa è devastata e a quel punto cominci a desiderare che i genitori tornino e rimettano le cose a posto.
«E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più e che noi dovremo essere i genitori». Se Foster Wallace non bastasse, ricorrerei a un linguista, George Lakoff (quello di “Non pensare all’elefante”) che nel 2006 ci ricordava che le nostre convinzioni politiche si strutturano su immagini idealizzate della famiglia: «Ragion per cui non è affatto sorprendente che molte nazioni siano viste metaforicamente in termini famigliari: Madre Russia, Madre India, la Patria (la terra dei padri). In America abbiamo i padri fondatori, le figlie della Rivoluzione, lo Zio Sam, e mandiamo in guerra i nostri ragazzi e ragazze».
In Italia quelli erano gli anni di Silvio Berlusconi, che rappresentava il padre postmoderno che non invecchia mai e che non pensa proprio di tornare a casa a svuotare i portacenere, e anzi si unisce, come ha fatto, alla devastazione. L’attuale presidente del Consiglio è tutto tranne che una sprovveduta, e deve aver studiato molto bene la carriera di una politica oggi dimenticata, Sarah Palin, governatrice dell’Alaska e candidata vicepresidente degli Stati Uniti: non commetterebbe il suo stesso errore mostrando in televisione un filmato in cui uccide un caribù, ma di certo ha memorizzato l’autodefinizione di Palin, Mama Grizzly. Mamma è la parola chiave: quando, incinta, Meloni si candida nel 2016 a sindaca (ops, sindaco), dice: «Sarò la mamma di Roma». Nel 2019 il suo slogan «Sono Giorgia, sono una madre» la rende amatissima a dispetto delle parodie.
Nel 2023, in un’intervista a Chi, ricorda che fa i salti mortali per stare con sua figlia. E adesso, in piena campagna referendaria e mentre la guerra si fa sempre più vicina, trova il tempo di partecipare ai funerali del piccolo Domenico Caliendo e di intervenire duramente sulla storia, comunque tremenda, della famiglia Trevallion, dichiarando che «i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Astutissimo assist referendario, che però la dice lunga su come pensano molti italiani e italiane che si identificano in lei, e dimenticano che queste dichiarazioni avvengono in un contesto molto simile a quello in cui si apre “Guida Galattica per gli Autostoppisti”, dove una schiera di astronavi Vogon punta i raggi della morte sul pianeta terra.
Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Il custode” di Niccolò Ammaniti, che esce per Einaudi: non solo perché segna il ritorno di uno scrittore amato, ma perché ha un paio di cose da raccontare sulla maternità, che spetta al lettore scoprire. Magari serve.
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