Opinioni
20 marzo, 2026Se il verdetto delle urne fosse la bocciatura della riforma per Meloni sarebbe la prima vera disfatta
Giorgia Meloni ha ripetuto fino all’ultimo una formula semplice e apparentemente definitiva: «Il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No». È un’affermazione che prova a sottrarre la consultazione popolare al suo inevitabile significato politico, confinandola nella dimensione tecnica di una riforma della giustizia. Ma il nodo, ormai, è arrivato al pettine. Lunedì sapremo chi avrà vinto e chi avrà perso questa partita.
Una campagna feroce, segnata da un linguaggio più da processo che da confronto, ha progressivamente deformato il merito della riforma: da una parte il racconto delle colpe dei magistrati, dall’altra l’allarme sulle tentazioni autoritarie del governo. Due narrazioni opposte, entrambe costruite per mobilitare gli elettori più che per chiarire davvero i termini della questione.
È evidente che una vittoria del Sì rafforzerebbe il governo e la sua presidente. La riforma porta il marchio dell’esecutivo e, quando la campagna è entrata nella sua fase decisiva, Meloni ha scelto di metterci la faccia, guidando personalmente il fronte dei favorevoli. In quel caso il referendum diventerebbe la conferma popolare della sua linea politica e l’ennesima prova di una leadership che finora ha conosciuto più consolidamenti che battute d’arresto. Ma è altrettanto evidente che una vittoria del No assumerebbe un significato opposto. Non solo una sconfitta su una riforma centrale per la maggioranza, ma uno smacco politico per l’esecutivo di centrodestra a poco più di un anno dalle elezioni politiche. Ed è qui che la storia repubblicana torna a suggerire qualche cautela a chi immagina che basti dichiarare irrilevante il risultato per neutralizzarne le conseguenze.
Nel 1974 Mariano Rumor tentò di resistere al terremoto politico prodotto dal referendum sul divorzio. La vittoria del No non era formalmente un voto contro il suo governo, ma colpiva al cuore la strategia della Democrazia cristiana guidata da Amintore Fanfani. Il contraccolpo politico fu tale che Rumor dovette dimettersi quattro settimane dopo, anche se il presidente Leone riuscì a prolungare di qualche mese la vita di quel tripartito Dc-Psi-Psdi. Vent’anni più tardi, nel 1993, Giuliano Amato visse una scena simile ma ancora più rapida. Il referendum promosso da Mario Segni travolse il sistema elettorale della Prima Repubblica. Amato, che era stato uno dei più duri oppositori del quesito referendario, dopo la vittoria schiacciante del Sì restò a Palazzo Chigi solo altri dieci giorni prima di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Infine c’è il precedente più vicino. Il 4 dicembre 2016 Matteo Renzi personalizzò il referendum sulla riforma costituzionale trasformandolo in un giudizio sulla sua leadership. La sconfitta fu netta e la reazione immediata: otto giorni dopo il voto, il governo lasciò il campo, segnando anche l’inizio del declino politico del suo protagonista.
Naturalmente non esiste una norma che obblighi un presidente del Consiglio a dimettersi dopo un referendum perduto. La Costituzione non lo prevede e la prassi non lo impone. Ma la politica, a differenza del diritto, vive anche di simboli, di equilibri e di percezioni. Se lunedì sera il verdetto delle urne fosse la bocciatura della riforma della giustizia, per Giorgia Meloni sarebbe la prima vera disfatta da quando è salita, da vincitrice, lo scalone d’onore di Palazzo Chigi. E le sconfitte politiche, soprattutto quando arrivano dal voto popolare, raramente restano senza conseguenze. Anche quando si prova a far finta che non sia accaduto nulla.
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