Opinioni
23 marzo, 2026Andrea Delmastro Delle Vedove, penalista, sottosegretario alla Giustizia, non è un cittadino o un politico qualunque. È una figura che dovrebbe disporre di strumenti e capacità di discernimento tali da consentire una valutazione rigorosa non solo delle relazioni professionali che intraprende, ma anche dei rischi che da esse possono derivare
Andrea Delmastro Delle Vedove, penalista, sottosegretario alla Giustizia, non è un cittadino o un politico qualunque. È una figura che, per ruolo e responsabilità, dovrebbe disporre di strumenti e capacità di discernimento superiori alla media tali da consentire una valutazione rigorosa non solo delle relazioni professionali che intraprende, ma anche dei rischi reputazionali e istituzionali, che da esse possono derivare.
Delmastro, tuttavia, già al centro di polemiche politiche e giudiziarie, torna sotto i riflettori per un’inchiesta giornalistica pubblicata da Il Fatto Quotidiano. Il sottosegretario è stato socio al 25% per oltre un anno, di una srl proprietaria di un ristorante di Roma, nella quale figurava la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, imprenditore condannato perché ritenuto prestanome del clan Senese. Dopo la sentenza definitiva, divenuta tale a febbraio 2026, Delmastro cede le proprie quote nei giorni successivi.
Pensare che questi passaggi , compresa la società con una ragazza così giovane, possano essere avvenuti senza alcuna verifica preventiva è difficile da credere. E, se anche fosse vero, sarebbe un’aggravante perché non basta l’assenza di dolo. In incarichi di tale delicatezza, è richiesta una soglia più alta della prudenza. Il punto è politico, perché è ovvio che la discussione sia l’idoneità a ricoprire quel ruolo. Delmastro rivendica : “La mia storia antimafia parla da sola". Nessuno la mette in discussione, ma la lotta alla mafia non si misura soltanto con le dichiarazioni o si esaurisce nelle celebrazioni o nelle biografie. Si misura nelle condotte che si assumono mentre si esercita il potere.
“Si può vincere questa battaglia impegnando tutte le forze migliori delle istituzioni” ricordava Giovanni Falcone. Quelle forze coincidono con la coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si pratica. In questo quadro, la linea difensiva che riduce tutto a una forma di superficialità non è convincente perché trasforma questi passaggi in leggerezze tollerabili e peggio, replicabili. Potrebbe essere un precedente pericoloso: quello per cui l’inconsapevolezza diventi una giustificazione.
A mia insaputa non è una giustificazione in un Paese segnato dalle mafie, che ha fatto della loro lotta un fondamento della propria coscienza civile. Non lo è perché ogni ambiguità, anche solo percepita, incrina la fiducia nelle istituzioni. Per questo la questione non riguarda soltanto Delmastro, ma la responsabilità di chi sceglie di difenderlo. Falcone disse anche: ”Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”. Il problema è stabilire su quali gambe vogliamo che continuino a camminare.
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