Opinioni
9 marzo, 2026Una vicenda assurda coperta da silenzio. Non c’entra il referendum, ma l’essenza della giustizia sì
C’è un caso che dovrebbe stare al centro del dibattito sulla giustizia. Eppure, non c'è. Rimane fuori in un limbo coperto da silenzio. E il paradosso risalta ancora di più, di fronte all’infuriare di uno scontro pubblico che resta però indifferente al nodo del funzionamento di una macchina cruciale per la democrazia.
La storia è quella del rimpatrio in Kazakistan, il 31 maggio 2013, di Alma Shalabayeva e della figlia Alua, al culmine di un infruttuoso blitz a Casal Palocco, Roma, per la cattura del marito e padre, il latitante, sedicente oppositore perseguitato, Mukhtar Ablyazov. Per quella vicenda, nel 2020, Renato Cortese, già capo della Squadra Mobile di Roma, e altri quattro tra funzionari e agenti, vengono condannati dal tribunale di Perugia, per sequestro di persona. Divenuto nel frattempo questore di Palermo, Cortese si vede infliggere 5 anni, il doppio di quanto chiesto dall’accusa, e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Così, l’uomo che ha arrestato Bernardo Provenzano dopo un’indagine da manuale, l’investigatore che è passato indenne dalle più delicate inchieste su mafia, ’ndrangheta e poteri occulti, si ritrova cucita addosso l’etichetta di aguzzino per un blitz al quale non ha neppure partecipato. Condannato per «lesa umanità tramite deportazione» è costretto a riparare dietro un’anonima scrivania del Viminale. L’assunto, indimostrato, che lui e gli altri fossero le pedine di una macchinazione ordita dall’Italia in combutta con il Kazakistan per pura soggiacenza al regime.
Due anni dopo siamo già al 2022, l’appello fa a pezzi la sentenza e assolve tutti. Ma nel 2023 la Cassazione trova che il verdetto non sia stato motivato a dovere e ordina un nuovo processo a Firenze. Nel 2025 la corte condanna di nuovo, con un lieve ritocco: quattro anni anziché cinque e interdizione a tempo. Come è possibile? Le motivazioni appena depositate – veleggiamo già a quasi 13 anni dall’inizio di questa storia – ricalcano il primo grado. Lasciano intatto il vuoto sul perché i cinque avrebbero rapito una donna senza ricavarne vantaggi. E soprattutto per ordine di chi, dal momento che i mandanti «a livello istituzionale più alto» non sono mai stati cercati. Tuttavia, quello che non era più un sequestro lo ridiventa. Il passaporto falso che Alma Shalabayeva ha esibito è appena «irregolare». La sua identità fittizia, un nome di copertura per sfuggire alle persecuzioni. Il suo rimpatrio, in assenza di un titolo esibito per restare in Italia, da ineccepibile torna illegittimo. Peggio, criminale. E il marito, da latitante per aver svuotato una banca del suo Paese, con processi in Usa, Russia e Kazakistan, cacciato dal Regno Unito, ora è di nuovo un dissidente rifugiato in Francia. Tutto si traduce nel suo opposto. E qui non c’entra la separazione delle carriere, oggetto di referendum, ma l’essenza di quel che chiamiamo giustizia. Forse tra le sentenze che non fanno chiudere occhio al professore Franco Coppi, difensore di Cortese, e autorevole esponente del fronte del No, c’è anche questa storia.
Per la cronaca: Alma Shalabayeva non ha subito torto in Kazakistan: rientrata in Italia nel dicembre 2013, è rifugiata dall'aprile 2014. Ora una petizione della società civile raccoglie firme in difesa dei condannati e l'associazione dei funzionari di polizia ha posto una domanda semplice: che legge dobbiamo applicare se per un giudice la stessa norma è reato, per un altro no e per il successivo configura un torto? La difesa ricorrerà in Cassazione. Ma questa storia ha già fatto tanto: ha ridotto in pezzi vite e carriere. Ha corretto la biografia di Ablyazov. Ed è bastato un teorema indimostrato. Usarlo. E poi tacere.
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